Una nuova bella storia in sanità dall’Ospedale Bambino Gesù

Bambino Gesù
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Nei giorni scorsi dal sito dell’Ospedale Bambino Gesù ci sono pervenute notizie di un successo in materia sanitaria [1] che poi si sono rivelate essere anche una bella storia degna di essere raccontata e diffusa.

Nasce purtroppo da una triste condizione, quella di una malattia che inesorabilmente e irrimediabilmente condanna  all’uso di strumenti per la ventilazione. Il piccolo paziente che ne è colpito ha bisogno di un sistema che lo aiuti a respirare, come i tanti che sono in cura per lo stesso problema. Oltre il paziente, i protagonisti della narrazione sono un gruppo di medici che non si arrendono, e gli ospedali per fortuna ne sono ancora pieni. Essi sono dotati di una determinazione in perenne lotta con risorse sempre minori per garantire una sanità accettabile e sostenibile. In questa storia hanno un ruolo non di poco conto altri specialisti in alcune Università italiane incessantemente alla ricerca di soluzioni quasi sempre almeno pari ad altre ottenute nel mondo. La narrazione di questa volta infine non ci sarebbe stata se non comparisse un’azienda nel centro Italia, ultra specializzata anch’essa, ma non per la manifattura calzaturiera come potrebbe facilmente essere nella sua regione, ma nel “produrre” ricerca e sviluppo anche in campo biomedicale. Una realtà ad alta innovazione che fa uso e sviluppo di polimeri innovativi e materiali biocompatibili utilizzando le tecnologie più attuali.

Questi gli ingredienti che vedono ad inizio Ottobre concretizzarsi felicemente un progetto varato, come si dice tecnicamente, in modo compassionevole, perché non è procedura prevista come soluzione terapeutica ammessa dai protocolli del Servizio Sanitario Nazionale, ma autorizzata ad hoc dai vari comitati etici del Ministero della Salute. In realtà il termine utilizzato che ne caratterizza la modalità andrebbe modificato in …modo amorevole perché più calzante al livello di competenza ed alle caratteristiche di chi lo ha reso possibile. È grazie a questo aggettivo ed all’abnegazione profusa da tutti gli attori che ne possiamo narrare la felice conclusione.

Cinque anni, paziente affetto da broncomalacia che lo obbliga ad essere aiutato nella respirazione da macchine per la ventilazione non invasiva. Gli era stato riscontrato uno schiacciamento del bronco da parte dell’aorta toracica discendente e dell’arteria polmonare sinistra che di fatto impedivano l’accesso di aria necessario al polmone sinistro. Partendo da uno studio dell’Università del Michigan, pensano, al Bambino Gesù, di poter risolvere attraverso l’uso del bioprinting in 3D. Gli esperti in diagnostica per immagini e tecniche di bioingegneria disegnano “su misura” un dispositivo simile ad un bronco formato da una rete cilindrica simile ad un piccolo bigodino.
Viene indicato il policaprolattone e idrossiapatite il materiale bio-riassorbibile necessario alla sua realizzazione che in pochi mesi (2 anni circa) sarà riassorbito. La Prosilas di Civitanova Marche si fa carico della realizzazione in 3D grazie alle tecnologie di cui dispone e provvede anche alla sterilizzazione con tecniche a bassa temperatura che non modificano la struttura del dispositivo mentre dall’Università di Modena e Reggio Emilia si ottengono tutti i test di resistenza meccanica.

A metà ottobre il giorno dell’intervento [2] in circolazione extracorporea durante il quale i cardiochirurghi hanno spostato i vasi causa dello schiacciamento. Dopo 8 ore di intervento il dispositivo veniva ancorato all’esterno del bronco malato e dopo circa un mese il paziente tornava a casa respirando autonomamente.

Gli specialisti precisano anche che la tecnica utilizzata rappresenta una soluzione importante utile ogni qualvolta la cartilagine dei bronchi risultasse indebolita in modo da poter condurre il paziente verso una insufficienza respiratoria. Il risultato che la patologia ottiene è il collassamento durante l’espirazione che, con le conseguenti difficoltà ad espettorare, provocano facilmente infezioni polmonari. Tutte le volte che la rimozione della compressione non è sufficiente a ripristinare l’efficienza bronchiale, occorrerà il supporto di strutture di sostegno.

La spiegazione conclusiva sull’utilità di questi dispositivi del cardiochirurgo prof. Adriano Carotti è chiarissima: “Presto potranno sostituire completamente gli stent di silicone, facilmente dislocabili, e gli stent metallici che, una volta inglobati nella parete della via aerea, non sono più rimovibili e possono interferire con la crescita dell’apparato respiratorio del bambino. Il “bronco” 3D impiantato sul nostro piccolo paziente, invece, scomparirà dall’organismo nel giro di un paio d’anni. È ragionevole pensare che, nel frattempo, avrà indotto la generazione di una reazione fibrosa peribronchiale che in qualche modo “sostituirà” la funzione della cartilagine rovinata: il bronco sarà così in grado di sostenersi da solo e avrà la possibilità di svilupparsi e di continuare a crescere.

Ecco quindi un altro di quei casi in cui poter inorgoglire comunque. L’orgoglio sarà totale se poi sarà realtà la considerazione che le ristrettezze economiche del nostro SSN non ne impediranno la diffusione quando l’uso non sarà più compassionevole ma routinario, .

Emidio Maria Di Loreto

[1] http://www.ospedalebambinogesu.it/bambino-gesu-impiantato-primo-bronco-3d-su-bimbo-di-5-anni#.Xe9glYNKgnR
[2] animazione in 3D del bronco impiantato presso l’Ospedale Bambino Gesù https://www.youtube.com/watch?v=Y0ZMNtK54_U

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