Una povera Medusa

history 6 minuti di lettura

In un maggio romano dell’anno 1611 il pittore Agostino Tassi detto lo Smargiasso si imbuca nella stanza virginale di una bella figliola di appena diciotto anni stuprandola sul suo letto – a riprova del fatto che una donna non può starsi sicura a casa sua, neanche zitta e buona senza fare ingombro. Così conduce la vita Artemisia Lomi Gentileschi, orfana di mamma, lasciata sola coi fratellini dal padre Orazio, ottimo pittore che tiene tanto da trafficare.

Il quartiere dove è venuto a stare, tra Trinità dei Monti e Castel Sant’Angelo, è popolato soprattutto da maschi soli, artisti venuti da mezza Europa per procacciarsi commissioni dall’unica corte che paga bene e subito: quella papale.
Artemisia esce solo all’alba, accompagnata da Madonna Tuzia che la tiene d’occhio, e va a sentire messa nella sua parrocchia di Santa Maria del Popolo dove, tra un’Ave e un Gloria, studia le anatomie turgide, miracolosamente brutali di San Pietro dipinto da Caravaggio.

Già da bambina netta i pennelli e macina colori per suo padre. Ha dipinto un’opera tutta sua, Susanna e i vecchioni, dove si è figurata lei stessa nel corpo nudo, che conosce bene perché l’ha studiato con l’ausilio di uno specchio: le cosce morbide, la conca del ventre, la torsione delle braccia, la pelle di latte che s’adombra negli incavi. Ma i vecchi che le incombono sopra come corvacci dicono tutta la solitudine minacciata che lei avverte, e quanto si inauguri già pericolosa la vita di una donna.

Quasi un anno dopo suo padre Orazio presenta una petizione alla corte papale contro il collega Agostino Tassi, denunciandolo per lo sfregio alla figlia e il furto di un quadro rappresentante una Giuditta. Che l’onore della figlia sia paragonabile al furto del quadro pare faccia poca differenza.
Il processo infiamma tutta Roma e oltre con una morbosa ed eclatante pubblicità.
Di fatto è il primo processo storico per stupro, di cui la vittima, Artemisia, è la vera inquisita.
Due levatrici, Diambra e Caterina, la sottopongono ad una visita ginecologica per capire se la sua deflorazione sia fresca o millantata. I vicini la descrivono come una puttanella sempre affacciata alla finestra. Madonna Tuzia, intrigante faccendiera che di fatto ha introdotto il Tassi, si scarica la responsabilità affermando che la giovane, rotta ad ogni malizia, se l’è cercata.
Artemisia è sottoposta alla tortura dei sibilli, cordicelle tirate per sderenare i nervi delle dita, le sue belle dita capaci di dipingere donne con la pelle di latte e le cosce morbide.
Il processo condanna Tassi all’esilio da Roma ma, da smargiasso qual è, coperto da amici ruffiani e altolocati, continua a restare impunito in città.
Per Orazio quella figlia perduta da svendere con un matrimonio riparaticcio è qualcosa che non riesce neanche a guardare senza trattenere il disgusto.

Giuditta che decapita Oloferne
Artemisia Gentileschi
Giuditta che decapita Oloferne
data 1612-1613
dimensioni: 158,8 x 125,5 cm
Museo nazionale di Capodimonte, Napoli

Artemisia orchestra una vendetta senza precedenti ma, da donna di valore, usa l’arte per riparare il torto e concedersi una nuova vita, libera dal rancore e dall’odio, i quali sono i lacci che tengono uniti per sempre la vittima col carnefice.
In quel suo grande capolavoro, Giuditta e Oloferne, è lei l’eroina che tiene sotto l’uomo brandendo la spada per la mattanza: sua è l’imponenza delle spalle rotonde, suo lo zigomo largo.
Suoi gli occhi dall’acqua profonda tesi dallo spasimo, la bocca secca.
Suo è il letto virginale, ma il sangue che schizza è di Agostino, d’ un colore rosso arterioso che pare sventrare il fondo scuro della stanza.
C’è un particolare che solo una donna può aver colto. Dietro di Giuditta è la fedele ancella Abra, vecchia d’ anni e d’esperienza la quale, a differenza di quella dipinta da Caravaggio che sta inerte a tenere la sporta dove raccogliere la testa di Oloferne, aiuta la giovane a tener fermo l’energumeno.
Perché bisogna essere in due per condividere un segreto carnale, per scamparla.
Artemisia con quest’opera trova la sua soddisfazione: si vendica di Agostino perché, agli occhi del mondo, è sua la testa riversa, perduto ogni piglio canagliesco.

Ma si vendica pure del padre dimostrandogli che, rifacendo la maniera caravaggesca, lei è migliore di lui. Con la maestà di una regina tradita, Artemisia assurge alla gloria del mondo, eroina ante litteram del #Me Too.

Luciano Garbati
Luciano Garbati
Medusa With The Head of Perseus
Collect Pond Park
New York

Lascia sbalorditi che a New York, davanti al Tribunale dove è stato condannato Harvey Weinstein, lo stupratore seriale impunito e tollerato dallo star system, sia stata posta una statua per onorare le donne. È stato chiesto all’artista italo-argentino Luciano Garbati di eseguire l’opera.
E dire che di donne scultrici ce ne sono tante, e straordinarie.
Ma è inveterato il vizietto di sostituire la parola di una donna, la sua potenza simbolica con quella di un uomo il quale, in questo caso, combina un orrendo pasticcio.
Riscrivendo la celebre statua, Perseo che uccide Medusa di Benvenuto Cellini, la donna diventa il clone maschile: nuda, accigliata, con la spada da una parte e la testa di Weinstein dall’altra.
Qualcuno doveva consigliare a Garbati di andarsi a studiare i miti che, sottili quali sono, dicono molte cose. Quello di Medusa è uno dei più odiosi, così come ce lo narra Ovidio nelle Metamorfosi.
Medusa è una giovane dai capelli fluenti e ramati, che Poseidone prende e violenta nel tempio di Atena. La dea, figliata dalla testa di Zeus, mai iniziata alla pratica delle relazioni femminili, invece di prendersela con lo zio predatore, si vendica su Medusa, colpevole di aver insozzato lo spazio inviolato del suo tempio: la trasforma in un mostro anguicrinito.
Non pago, Freud farà di Medusa l’emblema del potere seduttivo e annichilente delle donne su cui l’uomo-Perseo deve intervenire con arma e logos.
La statua newyorkese, piuttosto che celebrare la donna, ne fa una caricatura del rancore.
Davanti al tribunale dove tante donne hanno scelto di venire allo scoperto, testimoniare, affidarsi alla giustizia democratica capace di garantire il diritto, l’opera di Garbati celebra la deriva disperata della giustizia femminile fai-da-te.

Artemisia, cinque secoli fa, l’aveva capito, col talento che hanno le donne. Non si arma di coltello per squartare lo Smargiasso, non odia gli uomini per tutta la vita identificandoli con l’abbandono del padre. Rielabora la ferita con un’opera grandiosa con la quale si guadagna la fama e l’indipendenza.
Poi lavora sulla relazione. Innanzitutto con le donne: le amiche, le sorelle d’anima, la figlia amatissima. Stabilisce con gli uomini legami vantaggiosi e confortanti: il marito, gli amanti, i figli, i mecenati, i discepoli. Da ultimo si reca, sola, alla corte d’Inghilterra per soccorrere suo padre vecchio e malato. Perdonarlo e perdonarsi di ogni intransigenza.
La Medusa newyorkese, partorita dalla testa di un uomo, è una povera donna spettorata e sola, con gli emblemi grotteschi ed ingombranti di una spada ed una testa tra le mani, in mezzo ad un giardinetto metropolitano. La strada dal #Me Too è ancora tanta da percorrere.
Lucia Tancredi

 

newsletter mentinfugaIscriviti alla newsletter

-----------------------------

Se sei giunto fin qui vuol dire che l'articolo potrebbe esserti piaciuto.
Usiamo i social in maniera costruttiva.
Condivi l'articolo.
Condivi la cultura.
Grazie

Temi relativi all’articolo: