Una sopravvissuta dalle emozioni negative del lavoro in Rianimazione Covid

reparto rianimazione covid
history 5 minuti di lettura

Lavorare in una Rianimazione Covid mi ha insegnato ad entrare in contatto con tutte le emozioni più tipiche dell’essere umano, dalle più belle alle più negative.

Ultimamente le mie giornate si ripetono più o meno nello stesso modo. È così per me, e lo è per tutti i miei colleghi, dal primo dei medici all’ultimo degli operatori socio sanitari.
Dal momento in cui la mattina apri gli occhi sai che in quelle ventiquattro ore attraverserai molte fasi. La più bella è spesso rappresentata dalla colazione, con un buon caffè che ti permetterà di affrontare la giornata, non dico al meglio, ma almeno sveglia. Arrivi in ospedale e passi a recuperare tutto il vestiario che ti servirà per la tua protezione una volta entrata in reparto.
Il momento della vestizione è un momento particolare. C’è chi preferisce viverla in silenzio e chi, come me, preferisce affrontarla con condivisioni nervose del tipo “bene da questo momento apnea fino alla fine del turno” oppure “speriamo di riuscire a fare una pausa perché devo già andare in bagno” o meglio ancora “ho già caldo, non so come farò a fare sette ore così“.

Quando poi entri in reparto, nel nucleo della Covid, il primo sguardo è il classico quick look.
Solitamente il nostro buongiorno è “Ci sono tutti quelli che c’erano ieri?“.
Poi ognuno si distribuisce dirigendosi verso il paziente conosciuto nei turni precedenti, continuità assistenziale si chiama.

Il turno, di per sé, è un turno normale, aggravato dall’abbigliamento che sicuramente non aiuta. Mentre qualche altra attività è leggermente diversa. Modifiche attuate per la tutela della propria salute. L’importante è ricordarselo sempre, la paura del contagio ti aiuta a prestare molta attenzione.
Il Covid ci ha insegnato a lavorare con persone nuove, diverse dalla équipe a cui si è abituati. Per me questa è stata una fortuna, un arricchimento personale. Mi ha suscitato curiosità e in alcuni momenti un po’ di disagio facendomi sentire inadeguata nei confronti di chi e cosa non conoscevo.
Ora siamo tutti uniti da questo peso enorme che ci portiamo sulle spalle: il peso di vedere i nostri pazienti, quelli fortunati, che parlano con i loro cari tramite una videochiamata senza poterli abbracciare; il peso di vedere i pazienti soffrire da soli. C’è chi dice che non siano soli perché ci siamo noi. Ma se voi foste al loro posto, preferireste vedere la faccia bardata di un operatore sconosciuto, sentire le loro mani che ti accarezzano? O preferireste che quelle mani e quella faccia fossero di vostro marito, di vostra moglie, della mamma o del papà?

Esultiamo per le vittorie, anche le più piccole, siamo felici quando i nostri pazienti iniziano a migrare verso altri reparti. Ci salutano tutti con sorrisi sinceri, ci ringraziano e ci promettono che torneranno a trovarci. Ma chi tornerà volontariamente in quel posto, che per un attimo poteva diventare la sua destinazione finale?
Nelle sconfitte ci stringiamo dolorosamente l’uno all’altro, le affrontiamo, ci aiutiamo a comprendere che non poteva andare diversamente. Poi basta, non ne parliamo più, non siamo pronti a ripercorrere determinate emozioni. In una situazione normale, i parenti vicini al paziente sono la nostra fortuna più grande. Ma questo lo si capisce solo dopo aver vissuto la loro assenza.

Ho sentito tante voci di parenti disperati al telefono, che chiamavano anche più volte al giorno per avere informazioni. Nel caso dei pazienti più critici, il medico abbassava sempre un po’ di più la voce. Forse non voleva che le sue stesse parole gli rimbombassero nelle orecchie? In questo modo non si ascoltava e cercava di barare con se stesso per superare il fatto che stesse comunicando il fine vita di un paziente tramite una telefonata? Chi lo sa.
Mi ricordo di una conversazione drammatica, una di quelle da cui non puoi scappare, a cui pensi per giorni. Io sono rimasta seduta li, di fianco al medico, a trasmettergli un po’ di forza, come a dire “tranquillo doc, lo superiamo insieme questo momento”.

Da infermiera di terapia intensiva io mi sento stremata. Direte voi: ma non sei abituata alla sofferenza?
La risposta è che alla sofferenza non ci si può abituare, mai. Inizi a conviverci, la analizzi, la elabori e poi la metti in un compartimento del cervello nella speranza che non riaffiori più. Ecco, quello che sta succedendo adesso non ti permette di farlo. Non puoi far finta che questo nuovo tipo di sofferenza non ti tocchi. Il peso più grande di cui parlo io è proprio questo, quello di dover trovare tutta la forza dentro per andare vicino al tuo paziente, che magari ci sta lasciando, guardarlo negli occhi e assumerti la responsabilità del fatto che probabilmente il tuo sguardo sarà l’ultimo che incrocerà.

Lavorare durante questa emergenza nazionale per me rappresenta questo. Non è il turno un po’ più lungo del solito a crearmi un disagio, non è lavorare con “sconosciuti” del reparto di fianco che mi blocca, non è l’impossibilità di andare in bagno il problema. Il problema è non poter offrire al paziente una morte dignitosa, non potergli offrire la mano che cerca quando si sveglia. Il problema è pensare a tutte quelle vite concluse in totale solitudine, in un letto di ospedale, che magari non è nemmeno quello della propria città.

Ci definiscono eroi, ma qualcuno mi può spiegare cosa c’è di eroico nel fare quello che abbiamo sempre fatto? È perché sopportiamo tutta questa sofferenza che ci chiamate così? Io non mi reputo un'”eroina” in tutto questo, mi reputo una sopravvissuta a tutte le mie emozioni negative con cui ho dovuto imparare a convivere. Mi reputo una sopravvissuta perché devo accettare che anche se a volte tentiamo il tutto per tutto per salvare una vita, non sempre ci riusciamo. Mi reputo una sopravvissuta quando a casa, presa dall’agitazione e dal panico, chiamo le mie colleghe per un po’ di supporto e insieme a loro trovo la forza di calmarmi all’interno delle mie quattro mura di casa.

La Covid ci ha messi di fronte a tutto questo, ma noi portiamo avanti il nostro lavoro, come meglio possiamo, ogni giorno. E ogni giorno torniamo con una speranza in più. Ogni giorno torniamo a casa e facciamo quello che possiamo per non pensare. C’è chi sta con la famiglia, a debita distanza, chi vive di videochiamate, chi impasta il pane.
Alla fine di tutto questo ne usciremo tutti un po’ più arricchiti e tutti un po’ più consumati. In un equilibrio che ci permetterà, forse un giorno, di guardarci indietro facendoci sentire liberi di pensare “se sono sopravvissuta a quei momenti forse sono in grado di battere tutti i miei limiti“.

Francesca Gonzales

newsletter mentinfugaIscriviti alla newsletter

-----------------------------

Se sei giunto fin qui vuol dire che l'articolo potrebbe esserti piaciuto.
Usiamo i social in maniera costruttiva.
Condividi l'articolo.
Condividi la cultura.
Grazie

In this article