Una Storia d’Orrore Americana

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Prendete tutti i topoi classici del genere horror, mischiateli e fateli apparire, piano piano, puntata dopo puntata. Avrete American Horror Story.
Si, perché i due autori, Brad Falchuk e Ryan Murphy decisamente non si sono fatti mancare nulla.
E così vediamo apparire, in ordine sparso, il medico pazzo, il (baby) mostro di Frankenstein, il ragazzo deforme, il giovane serial killer, la star nevrotica e decadente, l’uomo sfigurato, il demoniaco nascituro, la cameriera conturbante e ambigua, il gay morboso, la ragazzina eterna suicida. E poi fantasmi, tutti  fantasmi, Halloween, Natale e i morti sepolti in giardino oppure orrendamente mutilati.

Avvertenza: non continuate a leggere l’articolo se non volete conoscere anticipazioni sulla storia.

Il tutto in un’unica serie, dodici puntate, in cui effettivamente c’è sempre la paura e la sensazione di smarrirsi dietro questa o quella storia, questo o quel personaggio. Eppure è proprio qui che si mostra la bravura degli autori, nel mescolare tante storie (o, meglio, tanti pezzi di storie passate) unite tra loro solo dalla location di una inquietante casa vittoriana, assoluta protagonista di tutta la serie, che diventa sempre più affollata e sempre più claustrofobica.

Il plot principale, e con esso i suoi protagonisti, la famiglia Harmon, sembrano essere solo una scusa per svelare tutto quello che c’è intorno, sicuramente più interessante e avvincente. Non ce ne vogliano Ben (Dylan McDermott) e la moglie Vivien (Connie Britton) ma i loro personaggi appaiono come i più piatti, monotematici (e monoespressivi) di tutta la serie diventando, a lungo andare, perfino irritanti. Diverso il discorso per la figlia Violet (Taissa Farmiga), protagonista di uno dei migliori colpi di scena della serie, il cui personaggio lascia intravedere potenzialità non sfruttate fino in fondo.
Sono loro gli Harmon, con il loro acquisto della casa, il trasloco da Boston a Los Angeles, i tradimenti (e i grossolani errori) di Ben, le nevrastenie e i dubbi di Vivien, le angosce di Violet a dare il là a una storia che prenderà pieghe inaspettate. Alla fine, però, risulteranno essere solo una sorta di incubatrice per i bambini oggetto del desiderio di tutti coloro che, vivi o meno, ruotano intorno alla casa maledetta.
Si riscattano nel finale, nell’ultima puntata, dove, non a caso, sono ormai tutti morti.

Ma è la famiglia dei vicini, i Langdon, o quello che rimane di loro,  che mostra le sorprese migliori: è quasi superfluo sottolineare la rappresentazione della  follia sempre al limite di Constance da parte di una eccezionale Jessica Lange,  o la rappresentazione della follia assoluta di Tate (Evan Peters), psicopatico manipolatore bello e tenebroso, potenziale icona del genere.  C’è inoltre Adelaide (Jamie Brewer), la ragazza Down che è una delle presenze più inquietanti dei primi episodi (ed è un peccato che a un certo punto scompaia).
Gli altri personaggi sono un gustoso contorno, anche se troppo spesso alternano alti e bassi. Una dovuta citazione spetta alla cameriera Moira, tanto sexy in versione giovane (Alexandra Breckenridge) tanto inguardabile in  versione anziana con occhio morto (esteticamente, non come interpretazione, visto che Frances Conroy riesce ad essere ancora più disturbante di quanto lo era stato interpretando la Ruth Fisher di Six feet Under).

La storia, nonostante buchi di trama, passaggi slegati, dialoghi non sempre all’altezza, sembra comunque resistere. Le prime puntate sono obiettivamente inquietanti. Fanno paura. Sembra di respirare l’atmosfera  che si respira nella casa. Si ha la sensazione che qualcosa di terribile stia sempre per succedere.  Poi, quando i misteri iniziano a svelarsi, quando la paura inizia a venir meno, salgono in cattedra i personaggi e le loro storie. Quando anche questi iniziano a mostrare la corda, la serie giunge saggiamente al termine.  Una puntata in più, sarebbe stata di troppo.
L’ultima si salva proprio perché, in qualche modo, cambia registro, abbandonando dai toni scuri degli altri episodi per mostrare una insospettata vena ironica.
Anche se ci prova, però, l’ultimo episodio non riesce a riannodare tutti i fili. Alcune storie restano incompiute, alcuni misteri restano senza soluzione (uno su tutti: ma perché la casa aveva il potere di trattenere i morti?).  A quanto sembra, tali domande non troveranno risposta neanche nella seconda serie, che non avrà nulla a che fare con la prima. Un finale alla Lost, insomma, in cui si da largo spazio alle emozioni cercando in questo modo di far dimenticare tutti quei buchi che non possono essere tappati.
Però, in fondo, è meglio così.
Lasciamo gli Harmon a difendere la casa e i futuri ospiti dalle presenze malvagie, Constance a gestire l’ennesimo figlio mal riuscito e Tate…
…beh, forse è meglio non sapere cosa Tate sarà in grado di fare.

Luigi Costa

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