Un chicco di riso

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È solo un chicco di riso!’. Anna non riesce a credere che stia accadendo a lei, anche a lei; lo sbalordimento la seguirà per tutto il tempo e al quale si aggiungeranno tristezza, angoscia, persino paura, ma sopratutto disperazione; quel minuscolo chicco di riso le cambierà la vita, le spazzolerà via di dosso le sue certezze, portandola in una dimensione completamente diversa e sconosciuta.
Come dice il buon vecchio Murphy: “Quando comincia male finisce peggio”.

Perché Anna tornerà ancora sull’odioso tavolo operatorio per togliere altri pezzi di sé; e piangerà ad ogni passaggio davanti allo specchio e al riflesso di quello strappo sul petto; e si infilerà un guanto per farsi la doccia, perché odierà toccare il suo corpo che non riconosce più; e sentirà lo sconforto crescerle dentro ogni volta che le infileranno quell’odioso ago nel braccio per una chemio che sembrerà durare un tempo infinito; e vivrà l’inferno ormonale della terapia che seguirà, mandando giù ogni giorno una pillola che ha un nome che le mette i brividi.

Anna non vorrebbe restare, vorrebbe andar via, sparire; perché quel cammino lungo e senza orizzonte le sembra voglia ucciderla; perché alla fine di quel tunnel, dal quale se ne può uscire, Anna scopre che non c’è nulla di ciò che c’era prima; il suo quotidiano è sparito, lei è sparita. Quello che aveva prima non c’è più e le persone che ha intorno e che hanno cercato di aiutare, di capire e di condividere quei giorni di cura e di dolore, riprendono a respirare; davanti a quel “fine pena”, loro, si sentono liberi di tornare alla vita di sempre.

Ma Anna non è libera: è ancora in mezzo all’incubo e anche se non ci sono più gli aghi e i capelli stanno ricrescendo, lei ha bisogno di parlarne ancora; vuole dire cosa sta vivendo adesso; cosa odia quando si guarda, per cosa piange quando piange. Si rende conto che se la malattia e la cura della malattia possono essere a tempo determinato, ciò che resta, il poco che rimane invece è per sempre; raccogliere pezzi può non finire mai. E così riflette su come dimenticare, come passarci sopra, andare oltre e mentre cerca soluzioni intellettuali inizia ad usare le mani, quelle che per anni le sono servite solo a scrivere qualche documento sul computer dell’ufficio, a cucinare pasti o ad accarezzare marito e figli.

Nella sua personale ricerca di oblio crea gioielli: tra stoffe, perle, pietre e fermagli realizza oggetti che la meravigliano e che le rivelano cose nuove di sé. E le scoperte non finiscono: ogni giorno è nuovo, non necessariamente meno triste, ma indubbiamente diverso, inatteso. Dal fondo, profondo e dimenticato, torna il canto, la passione di ragazza che i genitori avevano liquidato con un conclusivo “Non è un lavoro”. Decide di studiare e imparare, ritrovare le fila della sua passione giovanile; ed ecco che in quel suo cantare trova l’emozione dirompente che le restituisce vita e pace; in quei minuti di voce e musica Anna sente di aver vinto, si rende conto che quel maledetto chicco di riso l’ha portata in un abisso in cui non c’era solo vuoto; in mezzo al buio, senza direzione né speranza ha trovato tenui fiamme, nuove luci.

Di momenti difficili, complicati e anche ingestibili ce ne sono ancora tanti, ma in ogni giorno si possono trovare piccole parentesi di serenità e gioia.
Il dolore stanca e non ci cambia; ma può aprire nuove porte per lasciar passare tutte le altre persone che spesso non sappiamo di essere.
V.Ch.

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