Ungheria: Orbán stravince le elezioni in casa ma perde a Bruxelles

Ungheria Budapest Palazzo del Parlamento
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A livello internazionale comincia male il quarto mandato (l quinto in assoluto) del primo ministro dell’Ungheria, espressione della destra nazionalista, Viktor Orbán. A due giorni dalla straordinaria vittoria alle elezioni parlamentari di domenica 3 Aprile, la Commissione europea ha avviato la nuova procedura disciplinare dello Stato di diritto contro l’Ungheria – da quanto dichiarato dalla stessa presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen – è stata informata in attesa delle notifica formale. Se portata a compimento, la procedura, adottata per la prima volta, potrebbe costare molto cara a Budapest: fino a 40 miliardi di euro di pagamenti che riceve dall’UE per impedire che i fondi vengano utilizzati senza rispettare lo stato di diritto.

I risultati delle elezioni in Ungheria hanno sorpreso molti osservatori, non solo per l’ennesima vittoria di Orbán e del suo partito l’Unione Civica Ungherese (Fidesz) al potere, quanto per l’ampiezza. Alla vigilia, infatti, un sondaggio della  Publicus Poll dava l’opposizione molto vicina al 47% di preferenze assegnate a Fidesz. Ma come spesso accade negli ultimi anni, i risultati si sono discostati di molto dalle previsioni.  Il 67% dei 9,7 milioni di aventi diritto hanno votato per oltre il 53% in favore di Fidesz che ha superato il 49% che aveva ottenuto nel 2018. Alla coalizione di sei partiti guidata dal conservatore ed europeista Péter Péter Márki-Zay è andato il 34,9% dei voti. Quello che più conta è che Orbán, grazie anche alla legge elettorale che prevede  che 106 dei 199 deputati dell’Assemblea Nazionale siano eletti con il maggioritario ed i rimanenti 93 con il proporzionale. potrà contare su oltre i due terzi dei seggi in Parlamento. Il modellamento dei collegi elettorali a favore della maggioranza di governo è uno degli ostacoli dell’opposizione.

In Europa a gioire sono state tutte le destre a cominciare da Vox in Spagna che con un suo tweet si congratulava con il popolo ungherese e Viktor Orbán “per la vittoria schiacciante alle elezioni! Continueremo a forgiare l’ Europa delle nazioni e delle libertà di fronte al progetto fallito di progressisti e globalisti“. Felicitazioni da Nigel Paul Farage, leader della Brexit e ora presidente del partito populista Reform UK, dalla candidata alla presidenza francese Marine Le Pen, da André Ventura leader dell’estrema destra CHEGA! in Portogallo e ovviamente dei nostrani Giorgia Meloni e Matteo Salvini.

C’era più di un motivo per cui, alla vigilia, la vittoria di Orbán non fosse certa. La pessima gestione della pandemia, l’economia che dopo i buoni risultati cominciava a rallentare per la crisi delle materie prime e la crescita dell’inflazione (oltre il 7%), un clima sociale e culturale teso per tutte le vicende di questi anni sulla gestione dei diritti e delle libertà. E poi c’erano i buoni rapporti con Mosca e Putin in particolare, che stavano provocando imbarazzi da tempo e ancor di più con l’invasione dell’Ucraina. Ma Orbán, con grande opportunismo e cinismo politico, dopo aver accettato le sanzioni europee contro la Russia e il dispiegamento di altri militari della NATO sul proprio territorio, si è messo dalla parte degli interessi ungheresi e sventolando la bandiera della pace si è schierato contro qualsiasi invio di truppe in Ucraina, fingendo che l’opposizione e la NATO lo richiedesse, ma anche non ha mai condannato esplicitamente Putin e si è opposto alla consegna e il transito di armi in Ucraina.

L’altra grande ragione della sua vittoria è stata l’utilizzo a proprio piacimento dei mezzi di comunicazione di massa controllati dall’apparato dell’esecutivo, direttamente o indirettamente. Poi anche una capacità di spesa senza confronto con quella dell’opposizione che nella campagna elettorale ha consentito di martellare l’opinione pubblica.

L’opposizione è molto composita perché vi fanno parte socialdemocratici,  ecologisti, conservatori e il Movimento per un’Ungheria Migliore (Jobbik) partito di estrema destra, omofobo e antisemita, antirom che si è collocato dal 2014 su posizioni non più così estreme. Avevano conquistato negli anni addietro importanti città a partire dalla capitale Budapest, ma la capillarità del messaggio di Fidesz non ha paragoni. Non  è bastato parlare di ripristinare le istituzioni democratiche, di garantire i diritti di tutti e di ritornare ad un pluralismo nei media pubblici. Come non sono bastate la promessa di restituire l’imposta progressiva sul reddito, la ridistribuzione degli aiuti sociali a favore delle classi meno abbienti e la creazione di alloggi sociali per rispondere all’edilizia abitativa crisi che colpisce soprattutto i giovani [1].
Del resto Viktor Orbán da mesi provvedeva con interventi sociali ed elettoralistici diretti a sostenere con risorse aggiuntive pensionati, giovani, famiglie numerose, militari.

Pasquale Esposito

[1] Body Corentin, Le Hongrois Viktor Orbán triomphe, 4 aprile 2022

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