Ungheria: il goulash è indigesto

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Il “miracolo” delle “nuove economie” finanziare d’Europa continua a mietere vittime in nome della “fine” del sogno, della presentazione del conto. Il mercato unico, dove anche se non hai i soldi puoi “comprare” ed “investire”, si scioglie come neve al sole nella realtà di una vita di illusione.
Così, mentre il gotha delle banche e dei governi neo-liberisti continua a darsi appuntamento ai tavoli e ai “banchetti” di turno per degustare le prelibatezze di quelle ricette economiche approntate a scapito dei soliti, ovvero lavoratori e classi cui la storia ha assegnato il solo gravoso compito di “pagare” per tutti, nell’est Europa un’altra ricetta, dal sapore pericolosamente rancido, e indigesta, è in fase di cottura, per poi presentare il piatto a commensali sempre più spiazzati e impoveriti.

Ungheria. Budapest, veduta. Agosto 2010. Foto Gaetano Paparesta

Si prenda un (bel) po’ di autoritarismo, aggiungendo fanatismo nazionalista, soppressione dei diritti basilari di una società democratica, qualche espressione di tenebroso e rigoroso “machismo“, un pizzico di fanatismo autarchico, infine si annaffi il tutto con le acque di un fiume di retorica clerical-conservatrice, ed ecco che la ricetta di goulash che il governo della nuova” Ungheria sta preparando, è pronta e fumante in tavola.
Accade che nel cuore di quella restaurata e gloriosa Europa Danubiana, discendente diretta della nazione-impero Asburgica, si palesa lo spettro di un nuovo revanscismo nazional-magiaro che tanto somiglia a una forma di neo-fascismo, incarnato dal discusso primo ministro Viktor Orbán, al suo secondo mandato (il primo era durato dal 1988 al 2002), e dal suo partito, il Fidesz. Scopo dichiarato e ostentato da questa riproposizione dell’esecutivo Orbán è conferire nuovamente lustro alla Grande Ungheria riaffermando quei principi che, a detta degli esponenti e del premier, erano andati perduti con i governi socialisti e liberali.
Come nella migliore tradizione di tutti i governi reazionari, il primo passo si è allungato verso una “rivisitazione” alla Carta Costituzionale. Approvata già da Aprile, con i voti contrari persino dell’estrema destra e l’astensione di socialisti (MSzP) e verdi (LMP), la nuova Carta è entrata in vigore ufficialmente il 1 gennaio 2012. La veloce e sbrigativa stesura del documento, che rispecchia in pieno i valori della coalizione politica dei partiti che lo hanno preparato, prevede innanzitutto il cambio del nome ufficiale del Paese, che perde l’appellativo di “Repubblica. Vi è poi il ritorno ad un “forte” indirizzo religioso e “cristiano”, fanatico della corona di Santo Stefano e della nazione magiara, ai cui cittadini all’estero (slovacchi, romeni, serbi e ucraini di origine ungherese) viene concesso qualche beneficio in più con il diritto di voto per il Parlamento nazionale (salvo poi escludere dal diritto di voto, le minoranze presenti sul suolo nazionale, come i Rom, e mettere al bando i senzatetto).
Ma è nella soppressione di quelle che erano state nel tempo significative conquiste che la nuova Costituzione trova maggiore slancio: limitando i diritti degli omosessuali e ribadendo tenacemente la sola unione tra uomo e donna come unico indirizzo matrimoniale; disconoscendo le pratiche e il diritto all’aborto; mettendo retroattivamente e “ufficialmente” al bando coloro che, in un articolo vengono definiti “responsabili dei crimini comunisti” commessi fino al 1989, identificati in primis nei dirigenti dell’attuale partito socialista (ex comunista). In materia giuridica invece la Carta prevede la “novità” della nomina politica dei magistrati e l’introduzione di una norma che consente al governo di approvare nuove leggi entro 48 ore, senza alcun dibattito parlamentare. Non mancano infine provvedimenti in materia di “riforma” dei “mediaattraverso la stesura di una legge sui mezzi d’informazione, tra l’altro già condannata da Ue, Ocse e Nazioni Unite, e riconosciuta come anticostituzionale, a cominciare dall’articolo che obbliga i giornalisti a rivelare le loro fonti. Il primo provvedimento della neo-nata autorità per l’informazione, che ha il compito di “regolare” i contenuti della stampa, è stato quello di chiudere Klub Radio. Quest’ultima, rimasta l’unica voce dell’opposizione e per questo accusata dal governo “di non aver riservato abbastanza spazio alla cultura magiara”, a marzo 2012 sarà costretta a cedere la sua frequenza alla nuova emittente “nazionale”, Auto Radio

Ungheria. Budapest, statue di Marx e Engels. Agosto 2010. Foto Gaetano Paparesta

Seppur con il solito, colpevole ritardo, il Mondo pare essersi accorto del caso Ungheria, anche se condanne vere e proprie da parte delle istituzione ufficiali non sono ancora arrivate. Il Paese è finito sotto osservazione della Commissione Europea con lo stesso Josè Barroso che si è detto “preoccupato”, di fronte alla “portata legale delle nuove leggi”. Anche gli Stati Uniti con il Segretario di Stato Hillary Clinton si dicono “preoccupati per lo stato della democrazia in Ungheria”, dimentichi forse di aver concesso da più di vent’anni una certa libertà di “esecuzione” e di “manovra” ai governi dell’ Est Europa, in nome dell’allargamento NATO in quei paesi. Del resto i “grandi” del mondo, si sono dimostrati già avvezzi a leggi che in molti paesi limitano le libertà individuali, e non raramente si sono mostrati tolleranti nei confronti di vessazioni a scapito delle minoranze da sacrificare sull’altare delle strategie di comodo con qualche governo dispotico ma “amico” (emblematici i casi di Georgia o Uzbekistan, tanto per fare qualche esempio).
La svolta autoritaria del Paese Magiaro sembra però preoccupare molto seriamente gli organismi economici mondiali. L’aspetto più grave agli occhi e alle orecchie dei grandi e del “capitale internazionale” è in primis l’annunciata riforma della Banca Centrale Nazionale Ungherese e la perdita della sua autonomia dal governo, con la conseguente uscita dal controllo della Bce e in violazione dei trattati europei. La rimozione coatta dell’attuale governatore Andras Simor, che non aveva fatto mancare la sua disapprovazione nei confronti nuovo ordinamento e forti critiche verso lo stesso Orban, è stato il primo provvedimento del nuovo assetto. Questi provvedimenti, che sono la risposta del governo ungherese al taglio del rating da parte di Standard & Poor’s, con la retrocessione a livello di junk, spazzatura, della disastrata economia del Paese, palesano la volontà del governo nel voler rompere con la dipendenza dei suoi predecessori ai mercati internazionali e ristabilire la sovranità economica di un capitalismo ungherese. L’impossibilità di raggiungere questa autonomina economica e le pressioni degli organi internazionali di controllo sul debito pubblico stanno provocando un inevitabile caos nel Paese, anche se di manifestazioni delle dimensioni di Atene o Madrid, non se ne sono ancora viste. Per ora opposizioni e popolazione più consapevole, sembrano affidarsi principalmente alle “vie” parlamentari, riponendo più fiducia nelle pressioni provenienti da “fuori”. Questo sta producendo qualche timida frenata da parte del governo, ma cosa sarà della democrazia ungherese? Quale scenario attende l’intera area Balcanico-Carpatica-Danubiana? La sensazione, che è quasi certezza, è che tappare i “buchi” prodotti dal prestito internazionale conceda facilmente il fianco all’affermazione politica di coalizioni populiste e conservatrici. Queste, con decisioni scellerate, antistoriche e reazionarie, si limitano a dare in pasto a quella parte di popolazione su cui fanno presa, il solito livore fatto di razzismo, nazionalismo esasperato, emarginazione dei più deboli.
Il compito di un capitalismo “consapevole” dovrebbe essere anche quello di sapere prevedere il prezzo delle leggi che impone, della vita che promette ma che, inevitabilmente non mantiene. Il problema è che il capitalismo e il suo braccio politico neo-liberale, per definizione, non saranno mai “consapevoli” se non dei disastri che producono e continuano a produrre nel Mondo.

Cristiano Roccheggiani

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