“Uomini che pagano le donne” di Giorgia Serughetti

Uomini che pagano le donne Giorgia Serughetti
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Una ricerca sui diversi volti del mondo della prostituzione tra nuovi strumenti di comunicazione e vecchi ruoli sociali.
Il primo merito di questa ricerca sta nell’approccio che, superando moralismi e stereotipi, pone l’attenzione sulla figura del cliente. Abbiamo intervistato l’autrice che, per iniziativa dell’associazione Antigone, presenta il suo lavoro il 7 giugno alle ore 17 nella sala consiliare del Comune di Narni.

La Sua ricerca mette in discussione molti dei luoghi comuni legati alla prostituzione e alla percezione di questo fenomeno.
Come punto di partenza Le chiederei: quale spazio di analisi vuole identificare con la formula “uomini che pagano le donne”?

È un campo molto vasto, include uomini che in modi anche molto diversi (come clienti occasionali, periodici, regolari ecc.) si rivolgono a donne che lavorano nel mercato del sesso, che a sua volta al suo interno è molto differenziato, con fenomeni all’aperto e al chiuso, in strada oppure in appartamenti, strip club, resort, sale massaggio ecc. in cui troviamo una prostituzione povera, marginale, spesso sfruttata, ma anche forme autoimprenditoriali, come quelle delle escort, molto redditizie per chi le pratica e molto costose per chi vi ricorre.

Il riferimento alla strada e al web indica che il mercato del sesso è andato cambiando. Si può dire che sono cambiati gli uomini; sono cambiate le donne; sono cambiati i giudizi. Può aiutarci a mettere ordine in queste questioni?

Sono cambiate le donne, innanzitutto. Negli ultimi cinquanta anni le donne hanno affermato la loro libertà, la loro piena soggettività, il loro desiderio. Hanno conquistato porzioni crescenti di spazio sia nel pubblico – nel lavoro, nella politica… – sia nel privato – la famiglia, la coppia.
Quindi si sono ridisegnate anche le relazioni tra uomini e donne, con la necessità per gli uomini di fare i conti con il desiderio femminile, nella sfera intima, ma anche con la presenza crescente delle donne in territori tipicamente maschili, tutti quelli del lavoro retribuito per esempio. Il lavoro che si “femminilizza“, sia nel senso che diventa più adatto alle competenze femminili, con lo sviluppo dei servizi a discapito della produzione industriale, sia nel senso che assume caratteri di precarietà e subalternità associati tradizionalmente al lavoro femminile. Gli uomini si trovano così in una crisi di smottamento dei modelli tradizionali, del maschio capofamiglia, “padrone” indiscusso anche della sfera pubblica, senza aver sviluppato pienamente nuovi modelli identitari. Stanno su un crinale scivoloso, con forti spinte regressive, verso il patriarcato, e l’apertura di nuovi spazi per relazioni di tipo nuovo.
I singoli possono sperimentare forme nuove di rapporto con l’alterità (le donne, i bambini, gli altri uomini) ma il sistema culturale è ancora permeato da quello che lo storico Bellassai chiama “virilismo virtuale“.
Qui, per quanto riguarda la prostituzione, s’inseriscono due tendenze culturali. La prima è quella che, sul piano della morale pubblica, ci allontana dal tempo in cui frequentare un bordello era considerato la norma: oggi gli uomini che frequentano prostitute sono soggetti a uno stigma crescente, tanto è vero che difficilmente lo confessano pubblicamente. L’altra, però, che riguarda il mercato (ma in Italia anche i modelli del poter politico), è quella che – facendo leva proprio sulla crisi d’identità del maschio – lo sollecita al consumo sessuale, e lo fa utilizzando il corpo femminile come segno e come feticcio. Tra queste due tendenze troviamo stretti i clienti, che sono tanti e diversi l’uno dall’altro, che si nascondono, mentre al contempo cercano nel mercato del sesso delle forme di compensazione per quella che vivono come una perdita di ruolo, ma anche un territorio per relazioni circoscritte, a tempo, libere da conseguenze, che è poi l’idea- guida della società tardo moderna, fortemente individualista.

Il suo studio rifiuta “visioni pregiudiziali” nei confronti del cliente e non persegue la distinzione fra “vittime” e “carnefici”.
Come possiamo interpretare la relazione fra donne e uomini che pagano, in un più vasto orizzonte di commercializzazione ed esibizione della vita privata?

Siamo tutte e tutti immersi in questo processo che confonde sempre più il confine tra la sfera intima, delle emozioni, e la sfera pubblica, del mercato. Parti sempre più importanti della nostra vita interiore sono messe a valore nel lavoro e nella società dei consumi. Questo colloca la prostituzione in una posizione di continuità, non di netta separazione, con altre sfere del vivere. Si comprende quindi sia l’aumento dell’offerta in forme sempre nuove, tenendo conto naturalmente anche dei fenomeni criminali che trafficano e costringono le donne alla prostituzione, sia la moltiplicazione e la diversificazione della domanda. Se la sessualità e l’intimità sono portate in pubblico, valorizzate economicamente, esibite, diventa progressivamente più normale pagare per averne una piccola porzione, circoscritta in un dato tempo e un dato spazio, senza legami, senza conseguenze, ma con l’illusione che ci sia qui qualcosa di vero, di autentico. Tanto è vero che i clienti di escort, che ho studiato attraverso quello che scrivono di sé, rappresentano la sex worker come una fidanzata a tempo, una curatrice sessuale, una terapeuta, un’amante, un’amica… È una rappresentazione, naturalmente, che rivela però il rapporto di sovrapposizione crescente tra mercato e intimità. Molti clienti, infatti, non sostengono la finzione oltre un certo limite, e s’innamorano. Talvolta, si trasformano per questo in “salvatori”.

Uomini che pagano le donne (il titolo del Suo libro); Uomini che odiano le donne (titolo di un altro e ben noto libro e poi di un film); Uomini che uccidono le donne (titolo che lega fra loro tanti tragici fatti di cronaca di questi ultimi anni).
Superando ogni equivoco e ogni gioco di parole rispetto a temi così tragici, dal Suo angolo visuale di studiosa dei processi culturali, può aiutarci a riflettere sui legami tra i fenomeni da Lei studiati e il montare, sempre più inquietante, di una specifica violenza contro le donne, anche e soprattutto, all’interno di quelle relazioni che si presentano come basate sull’amore?

Io credo che il fenomeno della prostituzione debba essere tenuto distinto dalla violenza. Pagare una donna significa accettare delle condizioni, una forma di contratto, per quanto diseguale, per quando oppressivo possa presentarsi in molti casi per la sex worker; la violenza è invece negazione di ogni patto, e di ogni soggettività altrui. Tuttavia, la prostituzione può contenere la violenza, e spesso la contiene, può anzi mutare in violenza, ogni volta che il contratto è violato, oppure ogni volta che la persona che si prostituisce non ha alcuna possibilità di imporre delle condizioni, e subisce interamente la situazione. E inoltre, c’è una stessa cultura in cui si originano la prostituzione e la violenza, ed è quella che rappresenta le donne soggetti/oggetti eternamente disponibili ad accogliere e soddisfare ogni bisogno maschile: dalla madre a disposizione del figlio maschio, alla moglie/amante, alle tante figure della cura, fino al corpo sessualmente disponibile.
In questi stereotipi di genere si radica sia il mercato del sesso, per quanto poi al suo interno possa anche sovvertirli, per esempio nelle pratiche BDSM, sia la violenza sulle donne. Che si scatena, nelle sue forme più estreme, nei femminicidi, proprio quando le donne si sottraggono all’imperativo della disponibilità affettiva e sessuale.
Antonio Fresa

Giorgia Serughetti
Uomini che pagano le donne. Dalla strada al web, i clienti nel mercato del sesso contemporaneo
Ediesse 2013 – pagg. 360
euro 16,00

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