Urban Center. Nucleo di condivisione urbana

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È necessario, di questi tempi, riproporre ancora una volta l’idea dell’istituzione di una struttura-contenitore di idee sulla città e sul territorio, quindi ad ampio effetto, basata sul coinvolgimento “continuo” della cittadinanza. Partendo dalle principali questioni spaziali, e pian piano ampliando il campo di interesse a tutte le problematiche concettuali di una intera collettività.
L’inglesismo (ormai in uso al livello internazionale diffuso), tradotto nella nostra consuetudine di gestione urbana complessa, sta ad indicare il luogo fisico (Urban Center), per lo sviluppo di un’attività di formazione ed espansione di idee e progetti rudimentali (i progetti veri ad altri), che più in generale è intesa con la dizione di “Condivisione urbana“. Urban Sharing, inteso non solo come uso in comune di servizi, ma condivisione veramente più generale, contro l’era della “contrapposizione attuale”.
I due termini inglesi e i due analogismi italiani, sono spesso utilizzati in modo autonomo, mentre, secondo l’opinione qui espressa, sono l’uno l’alterego dell’altra. L’uno il luogo/Nodo hard attrezzato. L’altro il soft, per lo svolgersi di un’attività concettuale di generale condivisione dal basso, in senso trasversale mediano vasto. Alla fine in direzione dell’alto, dove risiede il momento dell’azione. Coagulando ed ampliando l’attenzione al tempo stesso (stringi ed espandi), sugli argomenti di maggiore evidenza, organicamente relazionati al massimo livello dello sviluppo globale. Si tratta di un nuovo e potente strumento, già presente in molte città italiane, inteso come un Focus attivatore polifunzionale locale/globale, di grande ascolto, dibattito e promozione.

Potrebbero chiamarsi e definirsi in qualsiasi altro modo. L’importante è che si tratti di una struttura capace, in questo critico periodo di relazioni difficili, di mediare ed avvicinare le posizioni dei principali attori della complessa e contrastante dinamica della nostra società via via sempre più globale (politica e società civile). Ritornando ad una sintesi ed equilibrio riappacificato, dopo una stasi di aspra competizione divaricante, in tutti i luoghi e scale.
Sono già molti gli esempi degli “URBAN CENTERS” e “Urban Sharing“, su modelli europei e oltre, con attività di informazione/comunicazione, divulgazione, promozione e discussione “lunga” sui temi e sui progetti di evoluzione/trasformazione ad ampio raggio della città nel suo territorio di riferimento, e, di progressivo allargamento rispetto agli altri sistemi a rete, oltre i limiti provinciali.
E su tutto questo è come ribaltare, in direzione inversa, l’intera discussione politica in Italia, rimettendo a posto le rabbie e rivendicazioni convulse.
Uno dei presupposti essenziali ed assolutamente necessari è, quindi, la “continuità” logica dei dibattiti. In opposizione esplicita rispetto ai dibattiti corti, episodici, o dei progetti singoli, fini a loro stessi. Ai quali viene spesso associata una partecipazione occasionale, formalizzata, calata dall’alto, non effettivamente aperta alla diffusione, alla comprensione e al dibattito globale.
Possono essere considerate come “Arene” di confronto reale e ideale, indirizzate al confronto circolare, in primo luogo nei confronti degli Amministratori, ritenuti i principali interlocutori decisionali, quindi ai professionisti, agli operatori economici, alle Fondazioni, alle Associazioni non-profit, alle forze sociali, ai comitati di cittadini e singoli soggetti, che intendono, tutti insieme, contribuire attivamente al progetto di futuro della città, del territorio e della società in generale.
Pertanto tali strutture sono in genere organizzate con il supporto operativo dei soggetti pubblici (Comuni, Province) e i soggetti vari di cui sopra. A volte per iniziativa esclusiva pubblica, altrimenti direttamente privata. Ovvero mista pubblica privata, con specifiche Convenzioni di partenariato od altro. Lo spostamento maggiore verso l’alto (pubblico), o verso il basso (privato), indica una crescente incidenza di governo impositivo, inversamente proporzionale alla spinta libera dal basso. In ogni caso l’eccesso di dirigismo politico e scarsa partecipazione di base, affievolisce gli “Urban Centers” e la loro attività di condivisione, fino a farli scomparire.
Tali strutture dovranno effettivamente rappresentare le orecchie e la bocca dei cittadini, per parlare alla sfera politica di governo della città e del territorio e spingerla all’azione.
In gran parte dei casi tali Centri si sono fortemente specializzati come “Strumenti dedicati” alle sole questioni urbanistiche. Ma è una distorsione. Dovranno, invece, allargare alle problematiche generali, che riguardano l’intero sviluppo del territorio. Puntuale (città) e globalmente inteso (spazio vasto). D’altra parte la stessa Urbanistica sta abbandonando i suoi ambiti strettamente tecnici, per aprirsi a tutte le altre problematiche globali della società. Per ricomporre una più giusta sintesi, fisica e concettuale, dello spazio inteso come essenza globale vivibile (sostenibile).
Una iniziativa del genere consente di superare i limiti dei tanti dibattiti dispersi, “uno per volta”, in genere di iniziativa pubblica istituzionalizzata, senza accertata partecipazione e continuità. Attraverso freddi forum e/o confronti colti, comprensibili soltanto ai soggetti istituzionalizzati, ovvero agli Organismi specificamente interessati, e alle persone concettualmente più avanzate. Tranne i cittadini che rimangono quasi sempre sullo sfondo. Linguaggi astrusi e concetti burocratizzati.
In genere il dibattito finisce lì, secondo procedure stabilite da norme asettiche, in attesa di altre eventuali occasioni, altrettanto circoscritte e pseudo-aperte. Con tanti vuoti temporali in mezzo, che spezzano la continuità e la logica. Favorendo la dimenticanza.
Il dibattito vero sulla città e sul territorio e sulla attività generale che ne scaturisce non può essere parcellizzato e distanziato “a singhiozzo”. Contro i placet banali.

I media fanno quello che possono da parte loro, dovendo anche loro “inseguire” gli episodi a intervalli spasmodici. Solo i media più attenti si impegnano a prolungare ed allargare il dibattito in modo più incisivo. Contestualizzandolo nei riguardi delle questioni di carattere più generale. Nonostante tutti gli sforzi possibili è inevitabile che i temi più importanti si perdano. Sembra quasi voluto. Tanto non mancano minestre insipide per chiacchiere a vuoto di povero contenuto. La TV spazzatura ne è l’esempio massimo. La spettacolarità frivola per il Dio Audience.
Oggigiorno le “parole infinite” sono il pane delle discussioni vomitate addosso in un continuo scontro non casuale, ma scenograficamente studiato. Intrattenimento a basso costo.
E così aumenta sempre più il distacco tra la politica e la cittadinanza semplice, che si aspetta, invece, non parole, ma fatti compiuti. Il fenomeno è sempre più pericoloso per la democrazia vera. Occorre accorciando le distanze.

Gli “Urban Centers” e lo loro “Utban Sharing” sono una risposta abbastanza semplice ed efficace rispetto a tutto questo. Iniziando alla scala della città, che continua a rappresentare il luogo della massima aggregazione possibile, nei confronti di tutte le questioni sociali e culturali, soprattutto in questo momento di globalità in fibrillazione. Le città come condensatori e catalizzatori globali. Sempre che il braccio di ferro tra la sfera pubblica e la sfera collettiva privata, non si riduca, come al solito, alle logiche delle emergenze. Le priorità, i temi e i tempi del dibattito diventano oggi più credibili se indicative delle necessità vere dal basso. Discutendo anche negli “Urban Centers”.
Certo è un discorso oggi sempre più difficile, proprio perché interferisce sul modello della democrazia attuale in crisi, che si è comunque “accomodata” su binari divergenti. D’altra parte il dibattito pubblico/collettivo non è nemmeno un’arma impropria di tipo “anti-politica.
I partiti politici sembrano essersi trasformati nelle ombre di loro stessi. Le ideologie sono state accantonate, per tale motivo de-legittimando la figura storica della organizzazione politica sul territorio. I “movimenti” politici intendono sostituire i partiti, confermando l’agonia delle ideologie, e identificandosi con il populismo estremo, che sta conquistando il mondo. Occorre ritrovare la chiusura del cerchio. Anche attraverso nuove cellule intermedie di dialogo a tutto campo. La famosa “città di mezzo”.

Gli “Urban Centers” e la loro attività sono una delle risposte più efficaci del riscatto politico generale. Rappresentano lo strumento che riporta il dibattito sulle esigenze particolare dei cittadini, ma al tempo stesso diventando casse di risonanza crescenti, in un nuovo tessuto dilagante.
Strutture nuove che facilitando la riduzione progressiva del distacco tra politica e cittadinanza. Questa volta soprattutto per merito di quest’ultima.
In questa operazione ha un ruolo importante il mondo degli intellettuali, a condizione che calino verso il basso le loro capacità di osservazione. Provenienti dai vari Ordini professionali, poi dalle  Associazioni culturali e dai vari Organismi, che mantengono il diretto contatto con i cittadini ordinari. L’Università diventa ancora più determinante nel rapporto che parte dal “complesso” e scende al “semplificato”. Contro i linguaggi “specializzati ad arte”, della politica e della burocrazia. Introducendo concetti nuovi ed elevati, come solo l’Università può fare. Innovazione e Ricerca.
Un “Urban Center” per ogni città strategica. Per comprendere meglio tutti e per dare fiato a “progetti di territorio” sempre più organici, come tasselli di un progetto Italia espressione delle mille e mille straordinarie città italiane. Tessuto inimitabile.
continua
Eustacchio Franco Antonucci

Bibliografia minima
cos’è un Urban center? – Osservatorio urban-center.org
Urban Center Milano – sito comune di Milano
Urban Center Bologna – sito comune di Bologna

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