Urbanistica. Un’evoluzione verso l’Arte

Parigi, Chiesa di Notre-Dame-de-l'Arche-d'Alliance.
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Taluni storici urbanistici classificano l'Urbanistica secondo una sequenza anonima di “Generazioni urbanistiche”. La differenza lessicale tra “Generazioni” e “Movimenti” sta nel fatto che, quest'ultimi sono costruzioni culturali volontarie di pensiero alto, mentre le prime sono quasi involontarie, ineluttabili. Vengono perché devono venire. Questo stato dell'Urbanistica non piace.

Le generazioni sono in ragione di tempo e di “prassi”, successive solo allo svolgersi degli stessi movimenti culturali-sociali principali, in termini funzionali. Specchio soltanto della società che vive “in evoluzione/involuzione” di sé stessa. Con scatti ed adeguamenti urbanistici paralleli (più o meno). Comunque sempre “in ritardo” rispetto alle trasformazioni reali e culturali, con processi simil biologici allargati. Quindi con ricorrenti analogie, anche terminologiche, parallele ad altre discipline: Fisica, Biologia od altro, solo per renderla più comprensibile. Come se l'Urbanistica non fosse in grado, da sola, di esprimersi in autorevole libertà, dovendosi appoggiare ad altro.

Così l'Urbanistica dovrebbe solo seguire, correggere, traferire quello già prefigurato nei dettagli…in attesa che la Società si esprima e modelli le proprie esigenze, le proprie vanità, anche le proprie immagini antropomorfiche, scaricandole sullo spazio in genere, o, al meglio, sui “luoghi”, poi scaduti in termini di “Zone” razionali, in indici astratti, funzioni primarie/secondarie, e quant'altro. Dove la Società vive ignara della “sofferenza urbanistica”. La e il Territorio ridotti a “scenari fittizi” o metafore interne, di “caos contraddittorio”, di “vuoto”, di “risorse staminali” di riserva, per nuove evoluzioni meta-biologiche. “Copia incolla”.

Questa Urbanistica apparentemente senz'anima (generazionale netta) non vuole più adattarsi, per inerzia senza “proporre”, alla realtà degli eventi e delle esigenze delle “Generazioni umane”, intese come successioni naturali da “Padre in figlio”, con le inevitabili trasformazioni-opposizioni “Padre contro figlio” e viceversa, sia pure motore vitale della ineluttabile storia umana, attraverso “scatti” umani esistenziali sempre in salita, muovendo la storia dell'Uomo, come l'antico Eros greco.
Evidentemente fatto salvo i macro-eventi esterni imprevisti, o che noi stessi scateniamo senza nemmeno valutare la portata planetaria. Crisi economiche attorcigliate attorno ad un debito pubblico che non finisce di salire. Pandemie che ci relegano nelle nostre psicosi individuali, riducendo e distorcendo la umana socialità essenziale: “state lontani da me, ma statemi “vicini”. Solitudine contraddittoria, per questo più aberrante. Il nemico non è più fuori, sta in mezzo a noi. Mega-fenomeni, cataclismi, cambiamenti climatici, e chi più ne sa ne metta. Come la guerra, che ora è vicina e lontana al tempo stesso, attorno ai nostri baricentri europei.
Rispetto a tutto questo nulla di sostanziale ancora facciamo. Società bloccata dal suo stato di confusione e panico, alla ricerca di un “incerto rassicurante”. Paradosso della stessa “contemporaneità, prigioniera di una necessità ed endemica emergenza, che ormai ci “struttura” con il provvisorio: del doman non c'è certezza. Un processo negativo globale continuo che si manifesta anche, come un riflesso inconscio, nella passiva “continuità urbanistica”, anche con – da noi determinate – fasi di fermo-città, identiche a loro stesse per lungo tempo e per ogni evenienza. Come adesso.

Le generazioni umane, biologico-naturali – dall'Unità d'Italia ad oggi -, si contano in circa 20/25 anni ciascuna, con tempi più brevi e veloci, grazie anche alle galoppanti tecnologie digitali. Quindi in un numero di circa otto in 161 anni. Viceversa le generazioni urbanistiche – mantenendo questa asettica categorizzazione – nello stesso periodo “unitario” sono cinque circa. Il rapporto tra i due percorsi generazionali è, sghembo: una “generazione urbanistica” ogni 1,6 “generazione biologica”. Più estese le “generazioni di civiltà”, dominate anche dalle grandi Rivoluzioni scientifiche.
Quella attuale è una impennata di maggiore “salto epocale”, determinato dalla rivoluzione soft della tecnologica, in particolare digitale, con annessi e connessi (intelligenza artificiale?).
Basterebbe solo alcuni artifizi adattivi per ritornare alla normalità? (quale?)

La cosa, in effetti, è più complessa. Il cambiamento epocale è inevitabile. Anche perché cause scatenanti sono proprio le nuove tecnologie, che, una volta in corsa, diventano irraggiungibili. In questo caso l'incongruenza tra condizione umana ed assetto spaziale è ovviamente più fragile, o a limite di rottura. Occorre contemperare o progettare un vero e proprio cambiamento?

Il genere umano è sempre stato capace di sopportare qualsiasi trambusto, con adattamenti sorprendenti, grazie alla sua spiccata “flessibilità intelligente”. Però è anche vero che non possiamo più aspettare, anche perché dobbiamo colmare le gravi disattenzioni rispetto ai vari macro-impatti anche più grandi di noi. Calamità comprese. Per giunta dentro un nuovo individualismo, determinato da un endemico panico globale e stress latente. Abbiamo dimenticato la nostra capacità evolutiva darwiniana, corroborata dall'intelligenza? Ci supereranno le evoluzioni virali, più veloci. Ma che alla fine perdono e noi vinceremo. Staremo sulla terra ad oltranza fino alla fine dei tempi? imparando a radicarci di più nella terra-Madre, come Alberi e foreste, che si organizzano in un macro-sistemi per resistere di più. O saremo tutti emigranti nell'Universo? E intanto aspettiamo (cosa?). La Città aspetta per noi (cosa?).

Non serve scaricare sulle Architetture-Iconiche l'illusione di controbattere le nostre paure con i grandi giganti architettonici che ci aiutano a superare i nostri complessi d'inferiorità attuali, annullando le distanze fisiche, con il virtuale iconico che ci illude di portarci lontano in tempo reale, come una fuga. Architetture-star, nuovi fari per i nuovi “naviganti” senza ancora una meta. Senza dover ricorrere a strumenti intermedi, senza pseudo strategie, queste superate come se fossero mode inutili [cfr. Maurizio Carta, “Contro i Piani strategici solitari per progetti bandiera senza vento”- INFOLIO 22/2008].

Il virtuale attuale guarda in tutte le direzioni, senza scali intermedi, annulla lo spazio, ma non i  suoi accadimenti drammatici. Dentro il suo internet anche urbanistico. New York chiama Londra, Tokyo chiama Shanghai. Una catena di salvataggio virtuale, senza difesa collettiva virtuale. Un dialogo traslato tra mondi-megalopolitani, che non è la solita “Urbanistica umanistica”. Un “umanesimo” nuovo si profila all'orizzonte, ancora ignoto, che viaggia sul virtuale, e che chiamiamo “metaverso”, anche urbanistico. Non possiamo più ignorare.

I grattacieli – le anomalie iconiche -stabiliscono nuovi multi-livelli urbanistici di questa nuova multi dimensione complessa, insistendo sul medesimo sito. Uno di piano terra e strade, che, in un certo senso, è quello che conosciamo; l'altro a livello altissimo di atmosfera rarefatta, dove sono solo le nuvole e le vette dei grattacieli. Quelli intermedi per maggiore funzionalità reciproca. Orizzonti da scoprire, dimenticando le formiche al livello-suolo. “Urbanistica stratosferica”, con flessibilità aumentata, grazie ad una fantasia nuova, che illude, anche questa, di esaltarci. Nuova quantità-qualità dinamica verticale-orizzontale, trasversale in tutte le quote e direzioni. Caso analogo, ma estremo, dei luoghi-non luoghi. Come quello della mobilità pluri-sovrapposta ed autonoma rispetto alle megalopoli.
La Città, intanto, rimane calma e ferma nella sua posizione. Sistemi urbani duali, multipli, pluri-divaricati, senza scale fisiche obbligate e regole geometriche euclidee. I confini-margini urbani si dissolvono (un bene o un male?). E la Città continua ad esplodere, magari, per fatti minori irrisolti. La società contemporanea, in parte, è stato causa di questo fenomeno globale, risultato estremo delle sue divaricazioni di tutti i tipi, ora lo è perché confusa ed impaurita, alla ricerca di un “incerto rassicurante”. È il paradosso stesso della “contemporaneità”. Una specie di “Medioevo contemporaneo”, pur aspirando, al tempo stesso ad un “Rinascimento” da nuovo Millennio. Una contraddizione che si camuffa di “diverso”, non filosofico, “pragmatismo” (solo ideologico-strumentale). Rinunciando ad nuovo e necessario “idealismo progettuale”.
Il “bilico esistenziale” si posiziona tra una staticità trascinata, ed una dinamicità da salvifico tecnologico, digitale, con Sostenibilità sempre più astratta (per consolarci) che viene rimessa alla nuova ideologia della ancora più salvifica “resilienza”. Anch'essa astratta o virtuale?

Liberiamoci perlomeno del disordine mentale attuale e decidiamo un futuro davvero strutturale: ritorno ad un “reale modificato”, ovvero fiducia incondizionata al virtuale? Meglio sarebbe un reale-virtuale compensato. Paragonabile alla “sopravvivenza della foresta”, che si organizza come sintesi collettiva, attraverso la terra originaria, che funziona come un virtuale intermediario. Con un proprio “virtuale naturale”, che viene dalla storia dei tempi. Iniziamo a combattere il caos del traffico, dei parcheggi che non trovi, degli andirivieni dei vigili urbani con il taccuino in mano, dei servizi urbani in affanno in città troppo strette, delle file nei luoghi della “burocrazia urbana”.

Immaginiamo la Città e il Territorio, allora, come organismi simil umani. Possono ammalarsi. I medici-urbanisti non sanno che fare. Tornano di moda gli sciamani, con una antica-nuova, “fantasia di Città”. L'Urbanistica, malata anche di bulimia propria, potrebbe curarsi da sola. Come la grande Natura che si “rigenera” attraverso i suoi meccanismi di terra profonda. Urbanistica che acquisisce, in autonomia, una sua nuova qualità e propria identità culturale. Diciamola tutta! Promuoviamo la “Urbanistica-Arte” essa stessa. Umana riflessa. Che si classifica anch'essa attraversi i suoi “movimenti culturali” paralleli, non come generazioni (movimenti culturali intesi in senso onomatopeico come dinamici essenziali).

È quello che già si intravede in molti progetti in altre Città e culture, con grandi progetti di nuovo e specifico “Design urbano”, come se si trattasse di una grande Architettura. O di un dettaglio ingrandito, per uso quotidiano. Nel tentativo, esasperato, di risolvere la grande questione delle Città anche in vista delle Megapolis ipermondiali.

Un'arte speciale, in bilico tra “necessità” ed “emozione” (nuova). Anche “Arte inquieta”, quando entra nel concetto di “etica” globale: od anche con la libertà impertinente dell'ARTE di “avanguardia”, dentro le “mura” della Città, non come valvola di sfogo dei cittadini, ma loro struttura plasmabile. Capace di prefigurare e creare nuovi scenari. “Libertà finalizzata”. “Navigante” anche in senso virtuale, dentro il mare dell'Arte in senso assoluto.
L'Urbanistica mortificata del passato, merita, ormai, questo salto. Non più salvataggio dell'Urbanistica stanca con aggettivazioni “subite”, come “Urbanistica strategica”, “Urbanistica ambientale”, “Urbanistica paesaggistica”, “Urbanistica sostenibile”, eccetera. Forse sarà il contrario. Infine “Urbanistica dell'Arte”.

Sembra comunque opportuno, a questo punto, e sulla base di quanto esposto (Urbanistica non più “generazionale”) tracciare una “periodizzazione” urbanistica ragionata, con il senso della scoperta di nuovi orizzonti prossimi.
Periodo urbanistico Zero
Con il numero zero si può “globalizzare” una sintesi estrema della storia urbanistica. A partire, ovviamente, dall'Urbanistica “greca” della “bellezza” (Ippodamo di Mileto), contestuale alla sua più appariscente architettura “generatrice” di “luoghi centrali”, Agorà ed Acropoli. È nata l'Arte in tutti gli angoli più riposti.
Quindi quella romana, che dai suoi impianti militari (cardo e decumano nelle centuriazioni), passava alla “urbanistica del potere”, della religione conquistata, e degli “spazi comuni civili”. Urbanistica di ‘territorio vasto”, quella delle grandi opere ed infrastrutture di conquista, dei grandi collegamenti viari e reticoli infiniti; dei mastodontici ponti; delle grandi connessioni idriche; delle “Città fondate”, come consacrazione diffusa della conquista. È romana l'invenzione della “pianificazione territoriale” vasta, per consolidare l'espansione e il conseguente  controllo dell'immenso territorio imperiale.
Dagli architetti greci, agli ingegneri romani, che hanno esteso i confini della bellezza.
Quindi l'Urbanistica medioevale, delle mura di cinta, delle cattedrali e dei palazzi del potere, fino al cielo al di sopra dei tessuti minori, della gleba, non casuali, ma frutto di un misterioso ordine collettivo.
Quindi l'Urbanistica rinascimentale della “Città ideale”, radiale-centrale. L'esplosione della radiosa bellezza antica. L'Uomo si sente il centro del creato.
Passando, poi, per l'Urbanistica barocca (ancora poco conosciuta), non solo quella delle piazze avvolgenti, ma anche quella estesa delle città svasate nei loro lunghi riferimenti visivi. Quindi l'Urbanistica settecentesca dei grandi Palazzi-Città (le Regge-Città) che prefigura il coraggio dell'Urbanistica ottocentesca, e dei suoi grandi ribaltamenti delle Rivoluzioni industriali delle grandi scoperte. Rovesciando le Città reinventate come preludio fattivo al “moderno”.
L'Urbanistica della prima metà del Novecento è di conseguenza definibile come la “Rivoluzione concettuale” del primo razionalismo. L'Uomo, dopo la sua esaltazione radiosa, scopre la sua grande capacità razionale, e d'ora in poi la userà in termini umani ed artificiali, dando particolare rilevanza alla ricerca scientifica.
Decaduti i precedenti estetismi architettonici, e forse anche urbanistici, con visioni omologanti, universali, essenziali, sempre più minimali. Un prodromo di “globalizzazione culturale” ante litteram?
La Legge urbanistica del 1942, ha sancito il vero e proprio passaggio operativo all'Urbanistica razionalista, quella dello “Zoning”. Anche se meraviglia, al proposito, che l'Italia sia stata capace di generare una primissima legge urbanistica nazionale, proprio negli anni cruciali di una sconvolgente Guerra mondiale. Ma tale è. Forse anche per dare ordine al dramma con una spinta di salvataggio.

Primo Periodo urbanistico
La Legge urbanistica generale del 1942 apre la nuova ed ancora  attuale fase di grande ed affannosa ricerca/sperimentazione per un nuovo ordine della Società e della Città del futuro. Con lo strano silenzio dell'Autorità centrale dal 1942 in poi (salvo il tentativo Lupi nel 2014), prendono le mosse varie iniziative dell'INU – Istituto nazionale dell'Urbanistica, e, a seguire, delle Regioni, che, dentro le righe della stessa Legge 1942 e successivi Provvedimenti, hanno sperimentato diverse tipologie dei Piani e delle loro parallele (o avulse) norme-regole astratte. Con l'introduzione sommessa della flessibilità, adeguata alle rapide evoluzioni reali della Società e della cultura emergente. Ed è proprio questo il momento propizio di nuove proposte e soluzioni urbanistiche innovative, a seguito di eventi drammatici, economici, sanitari, bellici, climatici, superando l'incultura della emergenza. È comunque ancora frutto di questo periodo, e fino a buona parte degli gli anni ‘90, la pianificazione gerarchizzata e “zonizzata”, pur verso una progressiva malleabilità. Piani da intendersi ancora come quadri appesi al muro, con archi previsionali lunghi ed incongruenti. Con iniziative sempre più coraggiose e salti in avanti, pur rimanendo sempre l'impasse di una legislazione centrale ingessata. Con nuovi metodi riformisti informali, purtroppo anche scadendo nella voragine delle “mode”. La insufficiente cultura delle strategie pre-urbanistiche ha mortificato i risultati, riducendo l'Urbanistica alla pianificazione della “Città per parti” o “per progetti”, senza Quadri logici integrati alle grandi scale. Quindi con sfilze tipologiche e terminologiche, in successioni escludenti di ogni precedente, e, poi, eclissate con velocità sorprendente. Comunque va avanti il tentativo di sostituire alla precedente pratica della “Quantità urbanistica” tecnicistica, la Qualità “urbana” essenziale, e contestuale voglia di “forma urbana”.

Secondo Periodo urbanistico
Si sviluppa dalla Legge (chiamata “ponte”) n.765/67 e dal successivo DM 1444/68 sugli “Standards urbanistici”, fino agli anni ‘80, una successiva iniziativa urbanistica del dettaglio e della visione generale al tempo stesso. Includendo una più esplicita presenza dal basso. Alle successive basi normative di esigenze minime e regolamentazione dei processi  contro abusivismo si guarda ad una più dichiarata fase centrale di Welfare. Nel contempo accelerando il superamento della separazione fisica delle esigenze funzionali verso il “mix urbano”, a favore di una nuova visione complessa di contesti.

Terzo Periodo urbanistico
Si svolge dagli anni ‘80 in poi, si procede verso gli anni 2000. Ma fino a dove e quando? È un periodo nel quale inizia a definirsi il concetto della “complessità”, della “integrazione” all'insegna della “sostenibilità”. Poi quasi superando quest'ultima con il concetto della “resilienza”, con maggiore spettro di azione (globale), non solo per superare le avversità contingenti, alla ricerca di capacità reattiva, mantenendo “vive” le Città ed i territori, espressioni della Società in tutti i suoi aspetti. Periodo di nuove idee, anche suggestive, e di restaurazioni al tempo stesso. Un'altalena. Un passo avanti e due indietro. Non ancora dentro la nuova Civiltà del “futuro”.
È questo il “post-moderno”, da alcuni definito come “contemporaneo” indistinto (definizione ancora solo in ragione di tempo). Una nuova Urbanistica che solo “aumentata” (magari ancora con prestiti da altre culture più mature), ma, possibilmente, più “consapevole”, superando il costante stato di incertezza. “Drive in”: guardiamo altre storie, restando attaccati dentro la nostra auto ferma. Nuove visioni comunque globali, non “disperse” in previsioni quasi divinizzanti. Le prove e controprove devono essere contestuali e processuali.
Il digitale non è avulso da tutto questo, ed è qui la sua forza. Può aiutarci a superare il nostro sconcerto attuale, mettendo sempre l'Uomo al centro. Diversamente il digitale va avanti diritto come un treno in corsa, lasciandoci indietro, immersi sempre più nelle nostre paure. Dobbiamo invece, e probabilmente, avere il coraggio di intersecare i dubbi perduranti con le tecnologie che noi produciamo, per rendere sempre congruente il nostro futuro. Trait d'union di questo impatto tra umanesimo e tecnologia, sarà, in particolare, una nuova “creatività”, premessa di una “fantasia”, ormai sbiadita. Per questo ricorrendo all'Arte, che “salverà il mondo”, dicono (e qui si capisce il perché di questa mediazione).
Sarà questo il nuovo “umanesimo” che prelude ad un nuovo “Rinascimento”, che potrebbe una straordinaria sintesi tra umano e tecnologico. Questa la novità del “post-moderno?

Quarto Periodo urbanistico
Non è ancora avvenuto. Potrebbe essere la traduzione concreta dell'ancora perdurante dubbio del terzo periodo del sostanziale avvio tecnologico. Con una particolare rilevanza, forse, del digitale da riportare dalla sua alea di rischio anche ad una sua “funzione” di strumento utile, adattabile ad una nuova umanità del futuro. Non contagiando, ma sanificando tutto quello che incontra. Il suo significato più evidente nel nostro caso è l'aggettivo/sostantivo di “virtuale”, parola magica che dobbiamo sbrigliare a nostro nuovo vantaggio.
Il virtuale non presuppone nessun altro concetto, parallelo o seguente. Il virtuale sembra già il concetto-obiettivo ultimo. Quello che verrà dopo sarà solo un insieme “a dimostrazione”, non spostando o modificando le posizioni raggiunte. È lo stesso concetto di virtuale che gira su sé stesso, dentro un vecchio e nuovo mondo di internet, che è il suo plasma vitale. Diventando “supervirtuale”, chiamandosi più specificamente “metaverso”. Che a sua volta sostituirà il vecchio “internet”. Per questo dobbiamo avere il coraggio di approfondire. Il metaverso si sdoppia o ci sdoppia, attraverso nuove forme di rappresentazione, sintesi tra reale e virtuale.  Anzi reale che si sposta nel virtuale e non l'inverso. O forse l'inverso. Un metaverso ovviamente anche architettonico-urbanistico: vedremo e vivremo nuove forme progettuali architettoniche-urbanistiche, attraverso specifiche piattaforme multidimensionali.

Come specchi ribaltati, o traslati chissà dove. Spazi virtuali che non solo consentono di muoverci, ma che assorbiamo, quasi fondendoli nella nostra essenza illusoria, un po' come facciamo nelle foto, dove sembra che noi e i paesaggi che stanno dietro diventiamo una cosa sola. Realtà e virtuale tratti dal dizionario dei sinonimi.
Questo ci deve spaventare? In effetti è lo stesso timore di quando ogni Civiltà è entrata in un'altra. In questo caso entriamo dentro il virtuale con un visore sugli occhi, o con qualche altro marchingegno, nascondendo l'alternativa. I tempi attuali sono un indizio e segnali, che spesso contestiamo, come sempre abbiamo fatto con i cambiamenti. Tutti con il cellulare in mano, o magari parlando da soli. Tra poco ognuno con il proprio visore sugli occhi, più soli di prima, ovviamente nei confronti delle relazioni reali. Solo diversamente relazionati. Può sembrare triste, è vero. Però questo è il futuro sul quale dobbiamo decidere!

Un primo anticipo di metaverso forse lo abbiamo già intravisto nei fluttuanti “meta-progetti” della grande architetta , incline ad futuro più immaginabile e inimmaginabile, reale e virtuale che si può. Fluidificando i suoi progetti, distesi in spazi reali-irreali, correndo sulle curve dello spazio che stava nella sua mente, lì dove prima era fermo. Un istinto o prima architettonico, subito dopo urbanistico, come conquista iperspaziale ovvia.
Le sue architetture urbanistiche erano atipiche. Spariscono le maglie strutturali dei telai, dei pilastri e travi tradizionali, delle forme geometriche cartesiane, che si incatenavano nel terreno. I suoi “metaversi progettuali” sono “liberi” di tutto. Sono intuiti e vissuti in modo meta-reale. Non serve altro. Come, forse, sarà nel grande futuro che ci attende.
Zaha Hadid è scomparsa prematuramente, e probabilmente non ha fatto a tempo a definire chiaramente la sua Urbanistica iper-reale. O forse quello che ci ha lasciato è sufficiente per capire.
Il suo primo superamento di progetto, ed in tal caso già chiarificatore del tutto, è la eliminazione di piante, sezioni e prospetti, rappresentando un diverso spazio e “territorio della libertà”. Prima di Lei i progetti erano tutt'al più corredati di “rendering 3D realistici”, il che significava rimanere alle stesse tecniche rappresentative simil ortogonali.
I video-progetti di Zaha Hadid sono il tutto del suo progetto. Il nuovo volo, il “metaverso archetipo”, ovvero il prodromo dei progetti del futuro e del futuro stesso.
Architettura e Urbanistica che si flettono, che si trasformano, e che ci “includono” in senso reale-irreale (virtuale), scorrendo dentro i suoi videogiocò -progetti secondo percorsi indefiniti. Il suo “metaverso urbanistico”, forse, è meno drammatico di quello che immaginiamo del total “metaverso” incognito, di cui oggi si parla e di cui si ha paura.
Forse sarà una sorpresa già annunciata: un “Metaverso” globale più  semplice ed umano come i progetti di Zaha Hadid. (YouTube video-progetto di Zaha Hadid “Stone Towers” Città del Cairo).

Eustacchio Franco Antonucci

 

 

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