USA. Elezioni di midterm: sfida aperta tra Repubblicani e Democratici.

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Più che l’ombra della guerra in Ucraina – perfino nella folle versione nucleare – per la quale il Congresso ha autorizzato fiumi di dollari, negli Stati Uniti d’America è l’ombra di Trump e delle sue politiche ad aleggiare sulle elezioni di midterm.
L’8 novembre prossimo si svolgeranno le elezioni di metà mandato (midterm) a cui sono chiamati circa 168 milioni di statunitensi, anche se tradizionalmente andranno a votare molti meno degli aventi diritto, la metà se va bene. E tradizionalmente sono sfavorevoli al partito del presidente in carica e potranno incidere, più o meno pesantemente, sul prosieguo del suo operato negli altri due anni della sua presidenza.

Le elezioni a metà del mandato del presidente democratico Joe Biden serviranno ad eleggere tutti i deputati alla Camera dei Rappresentanti, 35 senatori su 100, 36 governatorati di stato, 3 governatori di territori degli Stati Uniti oltre che sindaci e funzionari locali. Va detto che

La maggior parte dei seggi non è considerata competitiva a causa delle politiche che regolano la suddivisione e la gestione dei distretti stessi. Un’analisi di CBS News sulle circoscrizioni geografiche per il Congresso ha rilevato che solo in 81 seggi si verifica una vera competizione tra i due partiti” [1].

I parlamenti degli Stati decidono del disegno dei collegi elettorali, distretti congressuali, adeguandoli ai cambiamenti demografici. E quello del gerrymandering, il ridisegno strumentale dei collegi per danneggiare gli avversari, è un fenomeno che influenza pesantemente l’esito elettorale e che chiarisce quanto poco di democratico ci possa essere nei meccanismi elettorali.
Comunque secondo sempre l’analisi della CBS News per queste elezioni i Democratici si ritrovano a avere la mappa dei distretti congressuali “più equa che il partito abbia avuto negli ultimi tre decenni”.

La situazione è un po’ diversa da qualche mese fa quando il rischio per i democratici di perdere i due rami del Congresso era concreto ora invece la situazione sembra essersi fatta più incerta.
Secondo Steven Shepard al Senato dove attualmente c’è una situazione di parità 50 senatori per parte,

la battaglia per il controllo del Senato 50-50 è a un punto morto, almeno secondo i sondaggi. A 30 giorni dal giorno delle elezioni, le medie dei sondaggi suggeriscono che Democratici e Repubblicani sono pronti a vincere 50 seggi al Senato ciascuno. Ogni partito ha attualmente in testa in un solo seggio attualmente detenuto dall’opposizione: il repubblicano è leggermente avanti in Nevada, mentre il democratico lo è in Pennsylvania” [2].

Migliori le previsioni che arrivano dal sito di analisi elettorale FiveThirtyEight che facendo una media considera “il 45,4 per cento degli americani intende votare per i Democratici e il 44,1 per cento per i Repubblicani”, il che vorrebbe dire non perdere la maggioranza alla Camera [3].

L’inversione di tendenza è avvenuta quando la Corte Suprema ribaltando la sentenza Roe contro Wade mettendo a rischio il diritto all’aborto metteva in moto la risposta dei progressisti, donne in particolare, cambiando direzione alle intenzioni di voto. Un’onda che sembra essersi arrestata per  il calo di popolarità del presidente Biden, per l’andamento dell’economia in particolare per la crescita dei prezzi.
In molte dispute i democratici avvertono che una vittoria repubblicana aprirebbe le porte al ritorno di Trump e del trumpismo.

Shane Goldmacher, Reid J. Epstein e Jonathan Weisman nella loro analisi spiegano che la situazione è decisamente in bilico:

tre stati in particolare – Georgia, Nevada e Pennsylvania – visti come i più propensi a cambiare sono emersi come l’epicentro della lotta al Senato con un volume crescente di acrimonia e pubblicità. […]. I repubblicani hanno martellato gli elettori con messaggi sull’economia poco brillante, la criminalità spaventosa, l’inflazione in aumento e un presidente impopolare Biden. I democratici hanno risposto avvertendo della revoca del diritto all’aborto e dello spettro del ritorno al potere degli alleati di Donald J. Trump” [4].

Verrebbe da chiedersi se per quante differenze possano esserci tra i due partiti e fra Trump e Biden quanto effettivamente la politica interna ed estera americana possa cambiare nella sostanza con il mutare delle maggioranze e delle presidenze. Eva Ottenberg in un lungo articolo ci ricorda come gli americani pongano, per ottimismo e speranza, vane aspettative dai cambi di presidenza. Biden ha di fatto mantenuto se non accentuato lo scontro con la Cina avviato da Trump, usato l’arma delle sanzioni senza troppi risultati e comunque

negli ultimi quattro decenni, sono stati prelevati 50 miliardi di dollari dal novanta per cento della popolazione e finiti nei conti bancari dell’uno per cento della popolazione, rendendo quelle poche persone incredibilmente ricche. E quel novanta per cento lo ha permesso chiudendo un occhio! Proprio come il relativo silenzio sull’abominio di due guerre straniere, lunghe decenni, che non hanno avuto alcuno scopo se non quello di uccidere tonnellate di iracheni e afgani, e anche un bel po’ di soldati statunitensi… e di aiutare a mandare in bancarotta tutti e tre i paesi” [5].

Quella di una effettiva rappresentanza democratica e di un cambio delle politiche resta un problema delle democrazie liberali.
Pasquale Esposito

[1] Matteo Turato, Breve guida alle elezioni di midterm, 9 ottobre 2022
[2] Steven Shepard, Battle for Senate majority remains a nail-biter, 9 ottobre 2022
[3] Lorenzo Ruffino, USA: il punto sulle midterm a un mese dal voto, 6 Ottobre 2022
[4] Shane Goldmacher, Reid J. Epstein e Jonathan Weisman, 4 Weeks Out, Senate Control Hangs in the Balance in Tumultuous Midterms, 8 ottobre 2022
[5] Eva Ottenberg, A superstition called the presidency, 7 ottobre 2022

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