Uwe Timm e Daniel Kehlmann alle prese con il passato tedesco

Germania Berlino muro
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Da almeno 20 anni, una volta elaborato il trauma della “Wende”, la nuova letteratura tedesca si sta confrontando con tematiche differenti, innovative, che non rispecchiano più una koinè pangermanica, e sono difficilmente interpretabili come il prodotto di una “scuola” comune, come invece succedeva nel passato post bellico – basti pensare al Gruppo 47, o alla cosiddetta Migrantenliteratur degli anni a ridosso della riunificazione.

Questi autori, ormai orfani dei loro padri letterari, sperimentano nuove strade, autoctone (riflettendo sulla condizione tedesca, da eterni Romantici) o confrontandosi con l’esterno, la “Fremde” sia in senso cronologico che geografico.
I romanzi (ed i racconti) della nuova letteratura tedesca spaziano dai ricordi della provincia bavarese (Christopher Kloeble) a quelli legati ad amori italiani (Daniel Speck), dalla dolorosa rielaborazione del passato DDR (Clemens Meyer – di cui riparleremo con più calma, su queste pagine) ai viaggi nel passato romantico dell’epoca Guglielmina.

All’interno dei questa “diaspora” germanica si sono distinti negli ultimi anni due autori, le cui opere hanno trovato ampia eco anche all’estero, ma che in Italia sono ancora, almeno in parte, delle novità per il mainstream: Uwe Timm e Daniel Kehlmann.

Due autori diversi, che parlano la stessa lingua, entrambi viventi e nostri contemporanei, eppure di-visi dalla data e dal luogo di nascita: una combinazione che in Europa può accadere soloin present dell’idioma tedesco. Uwe Timm è un intellettuale anseatico, amburghese, di 76 anni, mentre Daniel Kehlmann è un giovane bavarese naturalizzato austriaco, che vive a Vienna da molti anni, ed ha solo 41 anni.

Oltre alla lingua i due autori condividono la curiosità nei confronti del passato, sia esso lontano, sepolto nei documenti e quindi “storico”, oppure vicino, ancora vivo nella memoria dei viventi. Kehlmann è ormai una specie di Star della letteratura tedesca, e da anni si è imposto nel mercato globale con le sue opere ironiche, colte e sensibili, tra cui spiccano “Sotto il sole”, “I fratelli Friedland”, “Il tempo di Mahler”, “Io e Kaminski” e “La misura del mondo”. Il giovane autore è amato in tutto il mondo, tradotto in decine di lingue, ed è ormai una figura presente nei maggiori dibattiti culturali in Germania ed in Austria.

Uwe Timm è un intellettuale a tutto tondo, scrittore ma anche docente universitario, quasi un erede di quel “Gruppo 47”, che contribuì alla rinascita culturale della BRD dopo la guerra (e che annoverava tra i suoi membri Heinrich Boell, Günter Grass, Enzesberger ed Uwe Johnson, tra gli altri..), che – a suo modo – continua a fare i conti col passato della Repubblica Federale, contribuendo con le sue opere a ridefinire la storia quotidiana quale fonte primaria della storia ufficiale. Tra le sue opere più note: “La volatilità dell’amore”, “Penombra”, “Come mio fratello” e “La scoperta della Currywurst”.

Entrambi gli autori sono affascinati dal passato, lo rileggono costantemente, traendone spunti per l’analisi dell’anima tedesca contemporanea, utilizzando fonti diverse, mescolando i generi, i ritmi narrativi e lo stile; in questo possono essere ben definiti autori “post-moderni” alla maniera americana di Don DeLillo e Paul Auster.

Uwe Timm predilige un certo tono “elegiaco” seppure mascherato dalla quotidianità, in cui il parlato ed il narrato si alternano come in una sceneggiatura cinematografica. I suoi personaggi parlano e pensano a voce alta, l’io narrante tesse la tela della storia, ma spesso resta ai margini. È difficile, ma anche affascinante seguire la trama del narrato, che si alterna costantemente al “reportage”, anche perché sovente mancano i segni di interpunzione tra un passaggio e l’altro.

Così andiamo alla scoperta della “Currywurst” insieme al narratore, seguendo il filo della memoria recente (Germania, anno Zero) dei protagonisti, le cui voci si intrecciano come in un racconto epico, e solo giungendo l’ultima pagina realizziamo di aver ascoltato la voce di un rapsodo, una sorta di Omero che – a sua volta – ascoltava le profezie di un oracolo cieco, che ha continuato a sferruzzare per tutto il libro, creando un maglione che sarà anche il suo lascito all’autore/narratore, ed – indirettamente – anche a noi.

La Scoperta della Currywurst (in tedesco è femminile, non esiste la parola Würstel, la Wurst è in sostanza la salsiccia..) è un libro molto tedesco, che cerca di fare luce sulla nascita “mitologica” ed assolutamente casuale di una delle pietanze tipiche del Nord della Germania, un cibo da asporto molto amato dai tedeschi, e di cui Berlino ed Amburgo si contendono da anni la primogenitura.

La memoria della protagonista (che si auto-proclama creatrice di questo cibo…) è la chiave per entrare nella storia di questa salsiccia, ma – allo stesso tempo – i suoi ricordi fanno luce anche sugli ultimi giorni della guerra e l’inizio della fase postbellica ad Amburgo, un microcosmo della storia tra il 1945 e gli anni ’50. Così l’interesse del narratore verso la Currywurst, e la sua voglia di comprendere appieno la genesi “materiale” dell’amato cibo (una sorta di Madeleine Proustiana per lui), si incrocia e si scontra con la vera Storia tedesca, con le esperienze personali della narratrice e quelle sociali della Germania occupata, ed allora la “micro storia” diventa specchio di una nazione e di un’epoca.

Il passato è anche il fulcro del breve romanzo di Daniel Kehlmann, ma in questo caso ci troviamo di fronte alla storia di un incontro tra due personalità eccellenti della storia tedesca, che ci porta a riflettere sull’importanza della scienza nel 19° secolo.
Nel testo “La Misura del Mondo” Kehlmann ripercorre le vite di Alexander von Humboldt e Frie-drich Gauss – due uomini antitetici eppure simili, destinati a scontrasi ed incontrarsi, sullo sfondo di una Berlino post Napoleonica, ricca di promesse future eppure ancora ammantata del suo passato illuminista.

Alexander von Humboldt è stato il fondatore della prima Università Berlinese, un grande viaggiatore, uno scienziato vero, ricco e di nobile lignaggio, instancabile viaggiatore, socievole, ma ossessionato dalla misurazione di ogni centimetro della terra, un’ossessione che lo porterà ad esplorare terre mai viste, ricche di fascino e pericoli, distante dalla sua Berlino che sembra non amare, in una eterna fu-ga dalle restrizioni familiari, eppure alla ricerca del consenso dei suoi connazionali, il che ne farà una vera e propria “star” del mondo accademico prussiano.

Friedrich Gauss, di contro, è di famiglia umile, con un debole per il gentil sesso, molto riflessivo, un genio precoce della matematica che non trova la sponda della famiglia, e che sarà sempre costretto a lottare contro la miseria per poter seguire i suoi studi (che i suoi considerano improduttivi..) e diventare un vero matematico. Gauss è refrattario agli spostamenti ed ai rapporti umani, è dotato di un’intelligenza intuitiva, ma non ha fiducia negli altri, e rifugge la vita di corte e l’accademia..
La cosa che accomuna queste due figure geniali è la necessità di spiegare, scoprire, “misurare” il mondo, la natura, l’universo. Humboldt lo fa percorrendo vie che nessuno aveva mai intrapreso, stabilendo record e auspicando sempre che le sue scoperte porteranno il mondo un passo più avanti: «Aveva esaminato tutto quanto non avesse piedi e paura a sufficienza per scappare davanti a lui», inclusa anche l’esperienza di farsi calare in un vulcano.

Gauss, figlio di un rozzo giardiniere e di una povera contadina, a vent’anni ha già scritto il suo capolavoro, le Disquisitiones Arithmeticae, e prima ancora aveva ricavato la formula per calcolare la distanza tra i pianeti, addirittura scoprendone uno! Volando su una mongolfiera, poi, intuì che anche le linee parallele prima o poi si incontrano, e tutto ciò lo fece mentre passava la maggior parte del tempo annoiandosi della lentezza intellettuale delle altre persone.

Le pagine più interessanti sono quelle che descrivono i viaggi pionieristici di Humboldt, accompagnato da un francese – Bonpland – che ha conosciuto letteralmente per strada, ed ha convinto a seguirlo in questa avventura: lui è un riluttante compagno di viaggio, forse la voce più umoristica della storia, un personaggio a suo modo picaresco e fanfarone, che si contrappone alla solerzia tutta prussiana dello scienziato e la cui sorte finale resta avvolta nel mistero della foresta centro-americana.

Due autori contemporanei, due storie diverse eppure legate al filo della memoria, da un lato il ricordo personale che si fa storia ufficiale, il passato recente che deve ancora essere elaborato, ma che ha il tempo di creare miti moderni; dall’altro la biografia contrapposta di due personaggi eminenti della scienza tedesca, qui accomunati dalla stessa volontà (anch’essa tutta teutonica) di misurare la realtà. Entrambi esponenti del passaggio tra il lungo medioevo e la modernità, una strana coppia di personalità geniali che sono destinate ad incontrarsi a Berlino, la città che si vanta di aver creato la Currywurst, ma che vede in Amburgo – così come descritto da Uwe Timm – una ostinata contendente al titolo.

Fabio Ronci

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