Valeria Palumbo, Non per me sola – Storia delle italiane attraverso i romanzi

Non per me sola Valeria Palumbo
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In questi tempi di violenza quotidiana e reiterata sulle donne, il saggio di Valeria Palumbo è un tassello importante ad una disamina del fenomeno.
«Non per me sola – Storia delle italiane attraverso i romanzi» edito dalla Laterza permette infatti di approfondire la questione attraverso la letteratura, che chiarisce, determina e sottolinea l’ampiezza dell’interrogazione. Perché tale é: una interrogazione sul motivo per il quale la donna ha dovuto trovarsi, e si trova tuttora, a combattere per ottenere un ruolo di indipendenza e di libertà nella società di cui lei stessa ne è base e fondamento. Una letteratura di donne sulle donne che, grazie alle pagine della Palumbo, si rivela cospicua oltre che pregevole e documentaria.

Valeria Palumbo Non per me solaLetteratura che racconta la vita e le battaglie delle autrici, le loro osservazioni, il mondo opprimente e maschilista in cui esse stesse sono state costrette a vivere ed a contrapporsi, cercando di superare ostacoli familiari, obblighi sociali e divieti di genere che le imponevano di passare accanto alla propria esistenza senza sceglierla o determinarla. Sotto il giogo di padri e padroni e con un’istruzione manchevole approdavano a matrimoni e maternità vincolanti: tutte prigioni da cui si poteva a volte uscirne, a patto di pagarne un prezzo altissimo, in cui l’indipendenza non sempre era consolante.

Occasione eccellente per analizzare la condizione femminile tra la fine dell’800 e i nostri giorni, permettendoci così di guardare alla donna come lei stessa si è guardata nel corso del tempo; non già attraverso uno sguardo maschile volutamente miope od ottuso, ma a mezzo dei propri occhi. «Raccontare il mondo vuol dire anche cambiare i punti di vista. Forse anche gli archetipi» scrive Valeria Palumbo.

Libro indubbiamente innovativo, perché, come dice la stessa autrice, «I romanzi hanno radicato idee a volte progressiste, e pregiudizi, spesso inesorabilmente tenaci». Alla luce di questo è quindi piuttosto sconfortante constatare ancora oggi che «il Canone, ovvero il blocco di opere a cui si ritiene di doversi affidare e a cui si affidano i docenti nelle scuole, è ancora quasi esclusivamente tutto al maschile».

Da questa analisi ne esce dicevamo, una copiosa e rilevante produzione letteraria nazionale che apre delle interessanti fenditure alla rappresentazione di un Paese che pur mostrando talvolta stralci di luce progressista, è rimasto a lungo soffocato dal proprio reazionario e cattolico conservatorismo. Dal «chiavistello sociale» dell’onore che impediva alle ragazze di prendere una qualsiasi decisione per sé lasciando a padri, fratelli e mariti il diritto di abusare del proprio ruolo con la garanzia legislativa dello Ius Corrigendi; alle maschili rivendicazioni dell’inizio ‘900 che volevano le donne lontane dalle fabbriche e quindi dal lavoro che avrebbe potuto renderle indipendenti; al clima costantemente ostile nei confronti di quelle che volevano studiare, scrivere, viaggiare e restare sole.

E così ecco le voci della Marchesa Colombi che sul Giornale delle Donne insiste «sul dovere di uscire di casa e rivendicare i propri diritti» a cui sembrava fare eco la triste riflessione della protagonista di «Quaderno proibito» di Alba De Cespedes: «Non rammento di essere stata padrona di scegliere tra il mio bene e il mio male» , mentre dal canto suo Natalia Ginzburg sottolineava che il vero problema del matrimonio sta nell’imposizione a due esseri estranei di vivere insieme e sicuramente odiarsi in seguito.

Sono le scrittrici che smascherano, tra le altre cose, anche le trappole del matrimonio e della maternità, rivelando la crudeltà di quegli stereotipi che le volevano innamorate, felici e soddisfatte di una prigionia che, precludendole l’amore, chiudeva loro anche la bocca privandole dei diritti sui figli cui dedicava la propria esistenza: «La legge diceva ch’io non esistevo. Non esistevo se non per essere defraudata di tutto quanto fosse mio: i miei beni, il mio lavoro, mio figlio», scriveva Sibilla Aleramo in un suo saggio.

Ma alla fine, per dirla con la Palumbo «la letteratura femminile ci mostra che è possibile approdare ad un lieto fine anche per le donne che rifiutano gli stretti binari della “normalità” e della “rispettabilità” borghese»; ci suggerisce di spostare la propria attenzione a nuovi modelli di letteratura. Perché la pluralità delle voci è fondamentale: attraverso di essa si rivelano le complessità della Storia e di tutte le storie. E se metà del genere umano non ha il diritto alla parola e all’azione, allora il genere umano è incompleto.

V. Ch.

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