Valerio Valentini, Gli 80 di Camporammaglia

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Nell’istante prolungato di un boato si condensa il passaggio da un prima a un dopo. E non è solo un avvicendamento temporale. A rivederli, quei tramezzi crollati, quei calcinacci crepati, quei tappeti di vetri infranti, si fa quasi fatica a credere che prima costituissero le pareti d’un rifugio fidato. Eppure, a uno sguardo più attento, quel cumulo di detriti consegna una consapevolezza più profonda: quel trapasso è molto più di una casa divenuta inagibile.

Il terremoto, si sa, spaventa tutti. Potrebbero non esserci vittime, e tanto nessuno resterebbe impassibile di fronte al cimitero di case crollate. Il rischio, quando se ne parla, è però quello di mostrare una compassione, magari genuina, ma certo stucchevole a lungo andare, come quella provata verso il lamento sofferto degli sfollati, che per un attimo ti logora, ma poi lo dimentichi presto.

Il libro “Gli 80 di Camporammaglia” – nonostante abbia il terremoto come scenario principale – parla di questo solo in parte, e lo fa comunque con una coscienza troppo limpida per lasciarsi trascinare nel resoconto di drammi collettivi di facile impatto emotivo. L’autore è Valerio Valentini, un giovane scrittore classe ’91 al suo esordio letterario, con cui fa subito centro come testimonia la vittoria del “Premio Campiello Opera Prima” 2018.

Camporammaglia è una piccola frazione del comune di L’Aquila, ubicata a 800 metri nel cuore degli Appennini abruzzesi: una località di fantasia, ma che rappresenta, probabilmente, una trasfigurazione più o meno realistica di Collemare, il paesino in cui l’autore è veramente nato e cresciuto. “Gli 80” sono invece il totale delle persone che ci vivono e che il terremoto mette di fronte con uno spietato cinismo: quando le giornate si concentrano nella tendopoli allestita dalla Protezione Civile, è inevitabile che il problema di uno acquisisca una dimensione collettiva, non fosse altro per una condivisione di spazi, tempi e abitudini che il sisma ha imposto con prepotenza.

Camporammaglia è uno di quei paesi che, col loro festoso trionfo di tradizioni, costituiscono la vera ricchezza della penisola italiana. Eppure, non è semplice viverci, quantomeno per una scomodità logistica che si traduce presto in desolata rassegnazione o, peggio, sconfortato pessimismo. Camporammaglia si trova “a cinque chilometri dal bar più vicino, a dieci dal primo supermercato, a diciassette dal centro dell’Aquila”. Deve, in questo isolamento cui è relegata, bastare a se stessa, raccogliersi nei luoghi e nelle usanze che conserva con sacralità, persino compiacersi, ove necessario a non far sentire i suoi abitanti i più sfortunati della Regione.

Quando arriva il sisma del 6 aprile 2009, gli abitanti di Camporammaglia lo interpretano, in un primo momento, come l’ennesima conferma di questa condizione di abbandono, che neanche la natura può fare a meno di ribadire. “Vivere in un paese come Camporammaglia ti insegna ben presto a farti un vanto della tua alterità rispetto al resto del mondo civile. Non potendo nasconderla, ti sforzi allora di esibirla: anche quando l’essenza di quell’alterità non è che miseria. Le temperature sempre più basse, […] gli autobus inesistenti, il dialetto più aspro di quello della città: tutto torna utile a esaltare una mitologia familiare che si bea della ferocia di cui trasuda […] E dunque, pure col terremoto si potrebbe pensare che fosse fatale, per noi, voler rivendicare una maggiore disgrazia”.
Questa volta, invece, madre natura a Camporammaglia ci passa con meno accanimento che altrove: il suo vigore è visibile nelle case scomposte, ma si rivela clemente. La distruzione è certo un dramma, ma il più sopportabile se all’aia – luogo storico di ritrovo del paese – dopo la scossa si fa la conta e ci si accorge di essere ancora in 80.

Il romanzo, però, si badi bene, non è un libro sul terremoto, né sulle sue devastazioni. La tragedia è accennata attraverso qualche telefonata che intercetta l’atroce appello delle vittime, o attraverso i resoconti della televisione che mostrano, in altre frazioni vicine, un orrore funereo; ma non è questo il cuore della narrazione. Gli aiuti che arrivano a stento, il rischio degli espropri dei terreni inutilizzati per installarci i “Moduli abitativi provvisori”, la sensazione di sentirsi ultimi tra gli ultimi, le tende che consumano l’erba, l’arte di arrangiarsi per il cibo e pure per concedersi qualche vizio: tutto questo è solo la cornice dentro la quale si articola la vita della comunità.
Ciò che l’autore racconta non è nient’altro che l’ordinaria convivenza di una collettività accomunata dagli stessi patemi. Certo, il terremoto ha la “colpa” di amplificare tutto, scardinando quella quiete che, vuoi per indifferenza, vuoi per sincera complicità, vuoi per passiva accettazione, a Camporammaglia costituiva lo status quo da secoli. Le storie personali, allora, si colorano di sfaccettature impreviste; la convivenza si fa più tesa; gli screzi cambiano il terreno in cui da sempre erano confinati (le litigate al Circolo sulle carte, sul calcio e sulla politica) per manifestare vecchi rancori, discussioni mai chiarite, diffidenze reciproche che neppure la vicinanza era riuscita ad ammutolire.

Il terremoto è la cerniera tra quello che Camporammaglia era e quello che si appresta a essere: l’approdo definitivo verso una fisionomia inedita, in cui i rituali ancestrali che riecheggiano di una frugalità povera, ma in fondo appagante, vengono sostituiti da una modernità che pure qui lascia le sue tracce. L’autore, questa transizione, la vive sulla sua pelle, e la racconta con una consapevolezza per lunghi tratti amara. C’è, nel libro, l’inesorabile evoluzione della vita, il segno dei tempi che corrono e lì, in un luogo dove ha sempre governato la dimensione rurale, danno origine a mutamenti radicali, che la logica dell’abitudine, della silente conservazione aveva sempre tenuto lontano, quasi con timore, se non con sprezzo. Quelle che, a Camporammaglia, erano state regole d’esistenza custodite come reliquie (gli appuntamenti pomeridiani al Circolo, le partitelle organizzate con rigorosa precisione) diventano i ricordi anacronistici di un mondo che s’affretta a essere diverso e che, pertanto, faticherà parecchio prima di riconoscersi.
L’orgoglio montanaro della rinuncia – quella rudezza, quell’austerità tanto a lungo rivendicate dalla gente di questi paesini come un proprio nobile modo di stare al mondo – al momento della prova del confronto ravvicinato col dolce superfluo della modernità, semplicemente non ha retto. Quegli agi così vituperati, divenuti appena meno irraggiungibili, appena più alla portata delle tasche dei camporammagliesi e dei loro simili, si sono rivelati delle tentazioni irresistibili. E siccome troppo a lungo era durata l’astinenza, l’illusione dell’idillio protratta oltre ogni ragionevole limite, la rottura era inevitabile che fosse, come effettivamente è stata, fragorosa”.

Dalle parole del libro, però, non emerge la nostalgia di un incanto svanito e relegato ormai alle memorie d’infanzia, che con strenua tenacia ripropongono ogni volta lo stesso vecchio episodio senza scalfirne il divertimento originario. Non c’è nemmeno la tacita arrendevolezza di chi si aggrappa a un universo consunto pur sapendolo ormai irrecuperabile. Nello sguardo del narratore c’è, semmai, la lucida testimonianza di chi, questi sviluppi, li ha in un certo senso subiti. E la difesa di una condizione anomala, seppur a suo modo speciale, si tramuta in disillusione: una presa di coscienza che il terremoto ha, quantomeno, il “merito” di accelerare.

Quest’impianto narrativo, a metà tra il romanzo di formazione e un racconto corale, ha nella prosa e nello stile uno dei suoi elementi più efficaci. Il lessico non è forbito, ma ricercato e mai superficiale. La scrittura, colma di parentesi, incisi, rimandi, contribuisce a dare forma a un universo “variopinto”, quello di Camporammaglia, riprodotto con garbo, ironia e un pizzico di quella tenue dolcezza che, al proprio luogo natio, non si nega mai. Le citazioni riportate fedelmente nel dialetto locale, prive dell’indicazione di chi le ha pronunciate come fossero una voce comune e indistinta, costituiscono le incursioni perfette in un mondo che, strada facendo, ci appare sempre più familiare.
Teatro degli eventi è un paesino in mezzo alle montagne nel cuore degli Appennini, ma potrebbe essere una frazione immersa nel verde del centro Italia o una località costiera della Sardegna ancora non contaminata dal turismo di massa. Tutti, tra i personaggi di Camporammaglia, possono rintracciare un loro compaesano, un amico d’infanzia, un conoscente con cui una volta si è chiacchierato. La forza del romanzo sta proprio in questo: nel dare vita a una storia che, innanzitutto, ancor prima del dramma che il terremoto porta con sé, odora di autentica umanità.
Lorenzo Di Anselmo

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