Van Gogh e il Giappone

history 3 minuti di lettura

Molto è noto al grande pubblico sulla vita e le opere di Vincent Van Gogh a partire dalla impossibilità di collocare la sua produzione in maniera netta all’interno della corrente dell’impressionismo o del realismo al rapporto solidale con il fratello Teo accanto al quale verrà sepolto, dal conflitto con l’amico Gauguin al suo autolesionismo, dalla depressione al suo spostamento da Parigi ad Arles alla ricerca di pace ed ispirazione per dedicarsi alla sua produzione fino ad arrivare al suo ricovero presso l’ospedale psichiatrico di Saint Remy.

Il docufilm di David Bickerstaff arricchisce quanto universalmente noto su questo straordinario artista con la conoscenza di quella che fu per lui una importante fonte di ispirazione, il buio della sala ed il tempo dello scorrere delle immagini da allo spettatore modo di assaporare aspetti meno evidenti delle sue opere.
Otto secondi è il tempo in cui mediamente all’interno di un museo sostiamo dinanzi ad un’opera di nostro interesse, un tempo non sufficiente per acquisire consapevolezza di tutti gli elementi presenti in un ritratto o nel suo sfondo, troppo proiettati sull’opera successiva e sulle successive sale da visitare.

Questo docufilm ci offre l’opportunità ed il tempo di comprendere l’importanza dell’influenza del Giapponismo nelle opere dell’artista a partire dalla scelta che lui fece dei suoi colori netti e puri; il nero, il rosso, il blu, il giallo dei suoi girasoli.
Il periodo EDO caratterizza il Giappone a partire dal 1600 fino al 1852, questi due secoli e mezzo sono caratterizzati da una totale chiusura del Giappone alla cultura europea ed occidentale in genere se escludiamo pochi rapporti commerciali intrattenuti solo con l’Olanda.
Nel 1852 nasce Vincent Van Gogh in Olanda ed in quello stesso anno le fregate americane con a capo il commodoro Matthew Perry fanno la loro comparsa nei porti giapponesi mettendo fine al secolare isolamento nipponico ed obbligando il Paese ad aprirsi al commercio con l’estero attraverso accordi commerciali.
Con l’inizio del periodo Bakumatsu, il Giappone cessa il suo periodo isolazionista; oggetti d’uso comune, tessuti, stampe ed opere d’arte invadono la Francia.

Van Gogh che viveva a Parigi rimase impressionato ed affascinato dal Giapponismo e pur non avendo mai visitato il Giappone subì il fascino di questa cultura visiva e di un nuovo modo di vedere le cose.
Durante il suo soggiorno a Parigi acquistò oltre 600 stampe giapponesi, avrebbe voluto rivenderle ricavandoci un guadagno, ma la sua impresa non ebbe successo e molte delle stampe rimasero nella sua collezione personale, fece di quelle linee e della purezza compositiva una fonte di ispirazione.
Van Gogh trasse ispirazione nell’utilizzo dei colori nelle stampe giapponesi soprattutto decidendo di utilizzare colori squillanti su fondo monocromatico e linee nette.
Nei ritratti inserisce sullo sfondo oggetti e figure giapponesi come nel “Ritratto di pere Tanguy” dove tre immagini di donne giapponesi appaiono nello sfondo, figure simili ritroviamo in “Autoritratto con orecchio bendato” del 1889 , mentre l’uso del colore nero, bandito dagli impressionisti, ma amato nelle stampe giapponesi domina lo sfondo di “La Berceuse”.
Il Giappone contemporaneo contraccambia l’essere stato eletto Paese di ispirazione per Vincent Van Gogh facendone da sempre l’artista più amato e conosciuto nella terra dei ciliegi in fiore.

Adelaide Cacace

Van Gogh e il Giappone
genere: documentario
durata: 85′
regia: David Bickerstaff
musica: Asa Bennett

newsletter mentinfugaIscriviti alla newsletter

-----------------------------

Se sei giunto fin qui vuol dire che l'articolo potrebbe esserti piaciuto.
Usiamo i social in maniera costruttiva.
Condivi l'articolo.
Condivi la cultura.
Grazie

Temi relativi all’articolo: