Vedi Skin e poi muori!

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Rock in Roma a Capannelle, la sera del 20 luglio offre uno spettacolo sensazionale. Sul palco ci sono gli Skunk Anansie, gruppo rock inglese, nato nel 1994, scioltosi nel 2001, per riformarsi nel 2009. Leader carismatica della band: Skin! Donna androgina, dal fascino irresistibile, gambe chilometriche, testa rasata a pelle, sorriso aggressivo, energia quasi virile e voce celestiale.
In un’ora in mezzo di spettacolo domina completamente il palco, lo rende suo schiavo, lo tasta in ogni centimetro quadrato, con i piedi, con le mani, con le ginocchia, con l’intero corpo supino, salta,  cammina, lo percuote violentemente con l’asta del microfono, lo scavalca, si lancia tra le mani del pubblico e si arrampica sugli spalti, per stare sempre più in alto, anche se più di quanto già c’è, è impossibile. È la stella della serata e non a caso indossa una tutina nera super attillata, che solo lei è in grado di potersi permettere, ricoperta di brillantini lucenti. Esordisce per i primi due pezzi con due ali da angelo o diavolo che sia, infuocate di oro e rosso, poi se ne spoglia e al centro del palco comincia a tirarsi giù la cerniera del suo costume di scena, si scopre appena fino all’altezza del seno, ma basta solo quel semplice gesto carico di un erotismo così intenso, che il pubblico sia maschile che femminile, va in delirio completo già appena alla seconda canzone.

Il concerto inizia con It’s fucking political il pezzo, tratto dal loro album di maggior successo Stoosh, è una canzone politicamente impegnata e arrabbiata…mai palcoscenico fu così ideale per mandare tutti i potenti a fare in c…!

Da questo momento in poi la nostra meravigliosa “venere nera” insieme alla sua band, grida con tutta la sua forza sia rabbia che dolcezza, alternando pezzi di un rock vigoroso a melodie di una delicatezza infinita. Domina la scena, domina questo cielo di Roma, domina quest’angolo di mondo, domina i nostri sensi già in visibilio: sento con gli occhi, vedo con le mani, tocco con le orecchie…siamo suoi complici o schiavi, fa di noi ciò che vuole, le apparteniamo!
Una scaletta che passa dal sound elettronico di Charlie big potato, ai ritmi esaltanti di All I want, alla disperazione di She’s my heroine, alla malinconia di Infedelity, alla follia elettrizzante di Twisted, alla forza di We love your apathy, all’ironia di Lately, alla “velata” discrezione di Secretly, al tormento straziato di You’ll follow me down, allo slancio mistico di God loves only you, al rock cattivo di My ugly boy, alla visione d’amor sublime di Over the love, alle dolci inquietudini di Sweetest thing, ai suoni metallici di It doesn’t matter, al quieto conforto di You saved me, fino all’incanto conclusivo della ineguagliabile Hedonism e al soave “sperpero d’amore” di Squander.
Le luci si spengono, la musica finisce, c’è silenzio, mi chiedo se questo sia stato il solenne percorso che mi abbia guidata dritta al paradiso, mi guardo intorno, il palco è vuoto, le facce felici di questa sera celano già le preoccupazioni che domani occuperanno le giornate di questa gente, le magliette della band ai botteghini costano troppo, una bottiglietta di tè freddo 4 euro, c’è traffico per la strada anche all’una di notte di un mercoledì sera come tanti, domani si tornerà a lottare inutilmente per farsi spazio in questa ingrata società…ebbene sì sto ancora all’inferno!

Annalisa Liberatori

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