Venezia, come sopravvivere ad un weekend in tempo di Biennale Arte

Guida pratica per non lasciarsi sopraffare dall'ingente quantità di mostre, installazioni, performance, tra highilights, must see ed altre venue da perdere o da visitare velocemente. A è tempo di Biennale, così, fino al 24 novembre la città lagunare è accesa oltre che dalle sue straordinarie meraviglie anche dalla 60° Biennale d'Arte e da una serie infinita di eventi collaterali che animano la città. Quindi, se si decide di dedicare un weekend – consiglio minimo 4 giorni dal giovedì alla domenica – alla visita della direi che per non farsi prendere dalla FOMO (fear of missing out) la soluzione procedere per priorità, seguendo una selezione ragionata delle mostre da vedere. Per render tale compito meno arduo, con questo articolo vi propongo degli high light da non perdere per avere una panoramica efficace e completa di quanto accade in laguna; del resto, come scrive Hans Ulrich Obrist in Fare una mostra: “La biennale genera un campo di energia dinamica che, irradiandosi, pervade tutta una città”.
Una passeggiata ai Giardini

Il primo passaggio senza dubbio è alla mostra collettiva della Biennale: Stranieri Ovunque, a cura di Adriano Pedrosa che si svolge tra le Corderie all'Arsenale e il Padiglione Centrale ai Giardini, per la quale rimando all'articolo dedicato.

Uscendo dal Padiglione Centrale, la cui visita consiglio in mattinata, è naturale una passeggiata ai Giardini con l'ingresso in alcuni, se non tutti i padiglioni nazionali.

Padiglione Australia
Sicuramente, tra quelli da visitare assolutamente c'è il Padiglione australiano, vincitore del Leone d'Oro con il progetto kith and kin di Archie Moore, artista aborigeno che, anziché fare sfoggio della sua cultura etnica, si discosta dal fil rouge proposto dal curatore creando un'opera concettuale che mette al centro la storia e la memoria. Lungo le pareti della stanza, volutamente immersa in una penombra che accentua il pathos, si dipana un vasto murale, realizzato in gesso, con cui l'artista scava nella memoria ripercorrendo tutto il suo albero genealogico, lungo un arco temporale di oltre 65.000 anni, che comprende le sue parentele kamilaroi e bigambul, fino a dimostrare che tutti gli esseri umani discendono da antenati comuni. Al centro della sala: la storia, metaforicamente rappresentata da centinaia di rapporti di medici legali ed altri documenti che, impilati in maniera inquietante, su una pedana sospesa sopra una vasca contemplativa, urlano silenziosamente tutte le ingiustizie subite negli anni dai membri delle Prime Nazioni Australiane, storicamente maggiormente esposti a detenzioni ingiuste e violenze. Nelle due opere memoria individuale e storia collettiva si intrecciano e si fondono. Nella misura in cui, nel murale l'artista parte dalla sua memoria per arrivare alla storia e, viceversa, nell'opera centrale parte dalla storia per arrivare alla memoria, rimarcando il concetto che condividiamo tutti la medesima origine.

Padiglione Australia, Amici e parenti. Biennale di Venezia
Padiglione Australia, Amici e parenti. Foto Matteo de Mayda. Biennale di Venezia

Padiglione Serbia
Efficacissimo il Padiglione della Serbia, in cui varcare la soglia equivale a compiere un salto spaziale e temporale per ritrovarsi catapultati in una dimensione distopica in cui il tempo sembra essersi fermato in qualche anno del secolo scorso. Aleksandar Denić con il progetto ambientale Exposition coloniale ha ricreato un quartiere indefinito dell'Europa dell'est, dominato da un'angosciante scritta Europa, vista da dietro, quindi dentro, ma comunque da una posizione si sottomissione e miseria. Un'atmosfera cupa, decadente domina gli ambienti, sottolineando come l'ingresso in Europa non sempre sia stato sinonimo di uguaglianza e benessere ma, al contrario, abbia generato una nuova forma di colonialismo che perdura ancora oggi.

Biennale Venezia Padiglione Serbia. Coloniale 60 th
Padiglione Serbia. Coloniale 60 th foto Matteo de Mayda Cortesia. La Biennale di Venezia

Padiglione Germania
Thresholds, un progetto totalizzante, connota il padiglione tedesco in cui utopia e profezia si incontrano per dare adito a diversi scenari che, oltre ai lavori di Yael Bartana e Ersan Mondtag, comprendono anche gli interventi di Michael Akstaller, Nicole L'Huillier, Robert Lippok e Jan St. Werner collocati sull'isola della Certosa. La curatrice Çağla Ilk, creando un ambiente straniante in un progetto a quattro mani con l'artista Ersan Mondtag, centra il suo obiettivo di allontanarsi da un modello obsoleto di padiglione nazionale. Il visitatore, addentrandosi all'interno, scopre più ambienti che – prefigurati anche dal titolo: Soglie – si sviluppano in orizzontale e verticale, offrendo visioni multiple e discordanti di una realtà distopica e spiazzante. Yael Bartana (Kfarr Yehezkel,1970) con Luce alle Nazioni compie una fantascientifica esplorazione di un futuro, tra danze tribali e articolati satelliti; mentre in Monumento a una Persona Sconosciuta, Ersan Mondtag (Berlino,1987), partendo dall'esterno sommerso di terra, crea all'interno del padiglione una torre abbandonata, in cui piano dopo piano, approfondisce i concetti di perdita, morte e desolazione, acuiti dalla presenza di performer che, come zombie, popolano l'inquietante casa fantasma.

Padiglione Germania, Soglie 60 th Biennale di Venezia
Padiglione Germania, Soglie 60 th Foto Matteo de Mayda Biennale di Venezia

Padiglione Ungheria
Musica, luci e colori sgargianti sono i protagonisti del padiglione ungherese con l'effervescente progetto Techno Zen di Márton Nemes, curato da Róna Kopeczky. L'artista, partendo da una riflessione sulle sottoculture techno, ha creato una vera e propria Gesamtkunstwerk, un'opera d'arte immersiva e totale, in cui musica, pittura e scultura si fondono in una combinazione ipnotica che, evocando le atmosfere dei club, conduce il visitatore verso una dimensione trascendente, per l'appunto zen. Il progetto, che si compone idealmente di tre parti, può essere visitato liberamente dal momento che da qualunque direzione lo si percorra trova la sua unità formale ed ontologica al centro, in cui risiede la grande installazione di acciaio tagliato a laser che rappresenta il cuore del progetto.

…ed ancora

Ancora ai Giardini è particolarmente toccante il padiglione Polacco, visionario il Padiglione francese, sensoriale quello coreano, ipnotico quello egiziano. Variopinto quello USA con la mostra di Jeffrey Gibson e delicato quello canadese con Kapwani Kiwanga; decisamente provocatorio quello svizzero con il progetto di Guerreiro do Divino Amo.

Premesso che tutti i Padiglioni meritano una visita, all'Arsenale quelli da non perdere sono il Padiglione Saudita e quello Italiano.

Padiglione Saudita
Il primo presenta il progetto tutto al femminile di Manal AlDowayan a cura di Jessica Cerasi e Maya El Khalil, dal titolo: Shifting Sands: A Battle Song, di cui l'affermazione dell'artista spiega la sostanza: «Spero che quest'opera incoraggi le donne a guardarsi dentro e ad avvalersi della comunità femminile di appartenenza per trovare voce e spazio in questo nuovo capitolo della storia, in gran parte ancora non scritto». In una società in cui il ruolo delle donne viene ancora messo in discussione Manal AlDowayan le invita ad esprimersi coraggiosamente per affermarsi a livello pubblico e lavorativo. L'opera prende vita come una grande rosa del deserto, i cui “petali”, su cui campeggiano espressioni prima vacue poi rappresentative delle donne coinvolte, diventano pareti di un labirinto in cui i visitatori sono invitati a perdersi.

Arabia Saudita, Sabbie mutevoli: canzone di battaglia. Biennale di Venezia
Arabia Saudita, Sabbie mutevoli: canzone di battaglia. Foto Andrea Avezzù. Biennale di Venezia

Padiglione Italia
Il Padiglione Italia, promosso dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura, presenta Due qui/To Hear, progetto espositivo di Massimo Bartolini, a cura di Luca Cerizza, che si svolge alle Tese delle Vergini, tra l'interno e l'esterno del padiglione. Secondo la ricerca di Massimo Bartolini, si tratta di un lavoro multidisciplinare che si compone di una dimensione installativa ed una sonora che dialogano senza soluzione di continuità. Del resto, come si evince dal titolo composto dal gioco di parole: Two here (due qui) e “To hear” (sentire/udire), l'artista invita all'ascolto sottolineandone la natura relazionale. Per questo, sebbene ufficialmente sia una mostra personale, Bartolini ha adottato una modalità inclusiva di lavoro, coinvolgendo altri artisti e ponendo concretamente in essere un dialogo nel padiglione. Il progetto, concepito come un percorso circolare, gioca sull'alternanza tra pieni e vuoti, tra visione e ascolto. Per questo, se nella seconda tesa e nel giardino delle vergini protagonisti sono suono e pensiero; nella prima tesa prevale una componente attiva e installativa che unisce tutti gli elementi.

Italia, Due qui/To hear Biennale di Venezia
Italia, Due qui/To hear. Foto Andrea Avezzù. Biennale di Venezia

La seconda tesa presenta la piccola statua in bronzo del Bodhisattva Pensieroso, figura tipica dell'iconografia buddista che rinuncia volontariamente all'illuminazione per indicare la via agli altri esseri umani. La statua è collocata significamene sulla bocca di una monumentale canna d'organo, posta in orizzontale a terra, da cui si diffonde un suono vibrante e prolungato. Nel Giardino delle Vergini la natura prende vita con le installazioni sonore di Gavin Bryars e suo figlio Yuri Bryars che sorgono tra gli alberi in un rapporto osmotico con la natura. Un'installazione monumentale trasforma la prima tesa in un labirinto sonoro, dalla natura intrigante ma non inquietante, in cui tubi innocenti si lasciano ascoltare, rivelandosi propagatori di musica. Due carillon suonano la composizione di Caterina Barbieri (1990, Italia) e Kali Malone (1994, Stati Uniti) che, simbolicamente, trova il punto di miglior ascolto al centro della struttura sede di una vasca mossa da un'onda iconica. L'installazione, per complessità e geometrie, rimanda alle macchine sonore nonché ai giardini barocchi.

A Due qui / To Hear hanno contribuito anche la scrittrice e illustratrice per l'infanzia Nicoletta Costa e il romanziere e poeta Tiziano Scarpa, oltre ad altri artisti che animeranno l'ambiente con un programma di performance.
Al di là delle polemiche sorte intorno a questo progetto, che sembrano ormai una prassi consolidata di approccio a qualunque lavoro presentato nel nostro padiglione, sarà che io tendo per natura ad approcciarmi positivamente alle cose o che comunque ero reduce dal benefico padiglione ungherese con Techno Zen, devo dire che ho visitato e apprezzato Due qui / To Hear per quello che è. Un invito attivo all'ascolto, da una parte di se stessi, quindi alla meditazione, al coraggio di vedere ed elaborare la propria realtà interiore; dall'altro: al recupero dell'importanza del dialogo inteso come scambio, relazione come un andare VERSO e non CONTRO l'altro, nella misura in cui, come scriveva anche Cesare Pavese ne La luna e i falò: «Non si parla solamente per parlare, per dire ‘ho fatto questo' ‘ho fatto quello' ‘ho mangiato e bevuto', ma si parla per farsi un'idea, per capire come va questo mondo». Poi, ho apprezzato questo lavoro anche per il suo essere immersivo e coinvolgere attivamente i visitatori amplificando una riflessione, tutt'altro banale o scontata in questo momento storico, sulle modalità di ascolto di se stessi e degli altri.
In generale, per quanto riguarda i padiglioni si può notare una tendenza a prediligere mostre personali, progetti creati appositamente per lo spazio, volti ad indagare tematiche scottanti legate al presente. Emblematica ed eloquente anche la scelta del padiglione israeliano di rimanere chiuso, parlando lo stesso, attraverso il video dell'artista Ruth Patir.…e poi Venezia, con tutti gli eventi collaterali
Per citare ancora Hans Ulrich Obrist, con gli anni le Biennali hanno acquisito un'importanza sempre crescente, fino a diventare dei «catalizzatori per input creativi nelle città. […] diventando una forma di urbanizzazione». Chiaramente Venezia, sede della prima Biennale d'Arte nel 1895 non fa eccezione e da aprile a novembre si accende con una serie infinita di eventi collaterali. Si passa dai Padiglioni della Biennale dislocati in altre sedi, come quello della Santa Sede, quest'anno per la prima volta presso la Casa di reclusione femminile di Venezia alla Giudecca, dove la raccomandata visita è da prenotare per tempo; a quello della Repubblica del Camerun, a cura di Massimo Scaringella a Palazzo Donà delle Rose; per arrivare a tutte le mostre, organizzate da Istituzioni, Fondazioni e Collezioni.

Willem de Kooning e l'Italia. Da non perdere: Willem de Kooning e l'Italia alle Gallerie dell'Accademie a cura di Gary Garrels e Mario Codognato (che aprendo presto può essere visitata in orario strategico, al mattino, prima dei Giardini o dell'Arsenale). Si tratta di un'esposizione davvero riuscita che riunisce dei capolavori assoluti dell'artista mettendone in risalto, soprattutto attraverso la tavolozza e l'attenzione agli elementi plastici, il rapporto con l'Italia. Bellissime in particolare le grandi tele, dai titoli estremamente evocativi, con cui l'artista rende un romantico omaggio al Bel Paese come: Villa Borghese, 1960; A tree in Naples, 1960 e Door to the river, 1960. E ancora interessantissime la raccolta di bozzetti e di disegni. Notevole anche l'ultima sala in cui, sotto l'opera Senza titolo 1985, che sembra realizzata più per levare che per mettere, i curatori hanno scelto di riportare una significativa affermazione del maestro del 1985 che vale la pena citare: “Solo perché uno stia invecchiando non significa che migliori, ma non si può nemmeno smettere, altrimenti ci si perde. Quindi uno va avanti, anche se non sa dove sta andando, perché non si sa mai. Si sa solo come andarsene da dove si è già stati.” Nel complesso, ho trovato Willem de Kooning e l'Italia una mostra non solo molto valida ma altrettanto efficace per ricordare il ruolo di primo piano che ancora oggi De Kooning ricopre per gli artisti italiani come maestro e fonte inesauribile di ispirazione.

Ma le sorprese delle Gallerie dell'Accademia non finiscono qui, perché percorrendone le meravigliose sale, oltre ai consueti capolavori, si fanno incontri straordinari con maestri del Novecento, che per la mostra: Affinità elettive. Picasso, Matisse, Klee e Giacometti. Opere dal Museum Berggruen – Neue Nationalgalerie in dialogo con i capolavori delle Gallerie dell'Accademia, come indica il titolo, sono posti in dialogo con i grandi maestri della storia dell'arte.

Julie Mehretu a Palazzo Grassi
La Fondazione Pinault a Palazzo Grassi che presenta Ensamble mostra di Julie Mehretu, a cura di Caroline Bourgeois, in cui le sue bellissime opere, rappresentative di circa 25 anni di attività, dialogano con quelli di pittori a lei vicini, come Jessica Rankin.

La Fondazione Prada si trasforma sotto il segno di Christoph Büchel
Fondazione Prada presenta il dirompente progetto Monte di Pietà di Christoph Büchel, un'opera d'arte totale, immersiva, in cui l'artista, partendo dalla storia del palazzo settecentesco che, tra il 1834 al 1969, era stato la sede del Monte di Pietà di Venezia, ne ricostruisce l'aspetto nei minimi dettagli per effettuare «un'approfondita indagine del concetto di debito come radice della società umana e veicolo primario con cui è esercitato il potere politico e culturale». Christoph Büchel ha costruito una complessa rete di riferimenti spaziali, economici e culturali, lavorando su ogni minimo dettaglio per restituire l'aspetto originale del Monte di Pietà di Venezia in fallimento; andando ad intervenire persino sulla facciata esterna del Palazzo. L'installazione, che permette di esplorare le relazioni tra temi complessi e dinamiche alla base della contemporaneità, rappresenta l'occasione per l'artista di esporre altre opere tra cui The Diamond Maker (2020-) concepita come una valigia contenente diamanti realizzati in laboratorio ed altre produzioni e proseguendo con una selezione eterogenea di oggetti, opere d'arte storiche e contemporanee; documenti legati alla proprietà, al credito e alla finanza; allo sviluppo di collezioni e archivi; che, annullando il confine tra realtà e finzione in un tutt'uno indissolubile, spiazzano il visitatore che non può che arrendersi alla complessità dell'opera.

Palazzo Fortuny
Suggestiva e poetica la mostra Selva di Eva Jospin a Palazzo Fortuny a cura di Pier Paolo Pancotto e Chiara Squarcina, un progetto con cui l'artista porta la natura al piano terra del Museo (che valse sempre una visita) sotto forma di bosco incantato che ne pervade le architetture e in cui trovano posto le affascinanti installazioni, realizzate con una tecnica mista che si avvale di elementi naturali, come: cartone intagliato e dipinto, con inserti in cuoio e ricami.

Ancora da vedere la nuova fondazione Berggruen che ha inaugurato a palazzo Diedo con la mostra Janus, che presenta lungo i tre piani dell'edificio le opere di undici artisti, tra cui Urs Fischer, Carsten Höller e Hiroshi Sugimoto.

Le mostre a Piazza San Marco
A Piazza San Marco consiglio di visitare ben tre poli espositivi: il museo Correr con la mostra di Francesco Vezzoli dedicata al pianto, in cui l'artista si inserisce nell'allestimento di Carlo Scarpa in maniera efficace ed armoniosa. L'iconica esposizione dedicata a Robert Indiana: The Sweet Mystery alle Procuratie Vecchie e ancora la mostra dell'artista messicana Betsabeé Romero The Endless Spiral alla Fondazione Bevilacqua la Masa, curata da Gabriela Urtiaga con il contributo di Massimo Scaringella, in cui la Romero esplora attraverso coinvolgenti installazioni il tema dello straniero, in linea con il titolo della Biennale.

Da vedere…

Sicuramente da visitare, anche se per me sarà per la prossima volta, la mostra dedicata a Jean Cocteau alla Collezione Peggy Guggenheim; City of Refuge III di Berlinde De Bruyckere all'Abbazia di San Giorgio Maggiore e Liminal di Pierre Huyghe a punta della Dogana sempre per la Collezione Pinault.
Ludovica Palmieri

 

canale telegram Segui il canale TELEGRAM

-----------------------------

Newsletter Iscriviti alla newsletter

-----------------------------

Se sei giunto fin qui vuol dire che l'articolo potrebbe esserti piaciuto.
Usiamo i social in maniera costruttiva.
Condividi l'articolo.
Condividi la cultura.
Grazie

In this article