Onza, onza. Da L’Aia a Spongano, 1^ tappa, in bicicletta e con un mandolino

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Sono fermo a Neuf-Brisach, un piccolo comune dell’Alsazia in Francia, e dopo dieci tappe e 770 km, ne approfitto per riposarmi. La prima vera asperità di questa prima parte del viaggio infatti è stata il maltempo: dalla pioggia al vento contrario fino a 35 km/h.
In attesa di ripartire con condizioni climatiche migliori provo a raccontarvi questo viaggio che da L’Aia, dove vivo, mi porterà nella mia città natale, nel sud della Puglia, a Spongano.

Quello che sto apprendendo è la pazienza; la disciplina alla pazienza. Una disciplina che mi aiuta ad essere concentrato per tutte le ore in cui sono in bicicletta evitando imprevisti ed errori e che, allo stesso tempo, mi aiuta a rilassarmi perché c’è sempre il rischio che il viaggio si allunghi e con esso la fatica mentale e fisica che finirebbe per impedirmi di pedalare e quindi di proseguire.
Distrarsi e concentrarsi allo stesso tempo. I dispositivi digitali sul mio telefonino mi consentono un controllo costante di dove sono e per quando è previsto l’arrivo della tappa fissata per la giornata. Ma può essere una trappola: verificare troppo spesso significa incappare nella barriera insormontabile che è il tempo di percorrenza. Devo abbandonarmi al continuare a pedalare, al paesaggio che incontro, ai pensieri più profondi, alle riflessioni sul mio passato.

Sento che sta diventando un’esperienza speciale, anche perché intrapresa senza essere un ciclo-turista, preparato ad una sfida di questo genere. Il 20 agosto sono partito da L’Aia per Zeist ed Herven in Olanda; ho attraversato e la Germania con soste a Meerbusch, Colonia, Coblenza, passando da Bonn, Bingen am Rhein, Karlsruhe e poi sono entrato in Francia dal lato di Strasburgo, la prima tappa francese.

Tenda mandolino e bici. Foto Luca Rizzello 2020

Essendo un musicista mi aiuta il canticchiare motivi che conosco e ho scelto un compagno di strada inusuale per qualcuno che fa un viaggio in bici: un mandolino. Il più piccolo degli strumenti che suono. Per quanto piccolo però, il poco spazio disponibile mi ha fatto a lungo dubitare durante la preparazione sulla reale necessità di portarlo con me. Non me ne sono pentito: durante le pause o nei momenti di riposo nei campeggi mi ha alleggerito la stanchezza per lo sforzo delle ore di pedalate. Mi ritrovo anche a distrarmi con motivetti, ritornelli e brevissimi accenni di composizioni che elaboro in bici e che poi provo a suonare con il mandolino e a riportare su un pentagramma durante le soste o la sera, al termine della tappa.

La musica diventa lo stratagemma principale per chi, come me, non corre il Tour o il Giro e nemmeno l’Amstel Gold Race. La musica come terapia, antidolorifico, medicinale per affrontare la stanchezza o peggio la frustrazione che mi assale qualche volta. Per un viaggio così lungo un compagno è necessario, se non c’è un’altra persona, come nel mio caso che ho scelto la traversata in solitario.

Sono un musicista professionista, sono un violinista barocco e da marzo mi sono ritrovato con la mia attività completamente bloccata. Il confinamento e la mia passione per la bicicletta mi hanno spinto ad organizzare la traversata dei 2.200 km che separano L’Aia da Spongano, in provincia di Lecce. Una sfida che a trentanove anni ho deciso di intraprendere senza mai aver campeggiato prima, sempre abituato a situazioni più comode. Non so se riuscirò ad arrivare in bici a destinazione; non sono ancora «nel mezzo del cammino», ma credo che un pezzo della mia avventura dopo dieci giorni sia già un risultato estremamente importante per me.

La parte più dura deve ancora arrivare: l’attraversamento delle Alpi e il Passo del San Gottardo. Non ho nessuna dimestichezza con la montagna vera, quella delle salite da togliere il respiro, con pendenze assurde e per tratti molto lunghi; dei repentini cambi delle condizioni meteorologiche che possono essere anche estreme. Non ho difficoltà a dire che un po’ mi preoccupa e un po’ mi spaventa farlo in bici e non voglio pensare che sia un’assurdità scegliere un altro mezzo di trasporto per superare le asperità maggiori, e arrivare a Lugano.
Le ottime e lunghe piste ciclabili del Nord Europa mi hanno consentito di muovermi con facilità soprattutto nei Paesi Bassi e seguendo il Reno (quando possibile perché si dirama in una serie di canali); sono entrato in Germania tra piccoli paesini e grandi città, fermandomi anche nei campeggi sulle rive del fiume. Il fiume Reno (in tedesco Rhein, francese Rhin, olandese Rijn) è un corso d’acqua che ha fatto la storia dell’Europa centro-occidentale attraversando la Svizzera (dove nasce), il Liechtenstein, l’Austria, la Germania, la Francia e i Paesi Bassi.

Francia, Strasburgo foto Luca Rizzello 2020

Dopo Colonia, dove ancora una volta mi sono lasciato impressionare dal suo Duomo, sono iniziati i due tratti più belli per il paesaggio: quello tra Colonia e Coblenza e quello tra quest’ultima e Bingen. Il fiume scorre placidamente e mentre la ciclabile si incanala tra campagne, verdi colline, vigneti si vedono anche paesini e castelli.
Ma fiancheggiare il Reno significa anche affiancare la sfilata di un pezzo dell’industria tedesca che ha usato e tuttora usa il fiume, e i cui effetti inquinanti si vedono e si odorano lungo molti tratti. Uno degli scempi della civiltà industriale alla quale bisognerà porre velocemente rimedio.

In mezzo ad un acquazzone sono arrivato a Strasburgo che sembrava attendermi e dal quale sono stato attirato per la sua bellezza: una miscela di antico e contemporaneo, di stradine antiche e grandi spazi, di identità e accoglienza. E poi dopo 70km di ciclabile infinitamente dritta, senza quasi incrociare automobili e paesi, sono arrivato qui da dove vi scrivo, a Neuf-Brisach.
Vi lascio con la canzone che ho scritto prima di partire e con l’augurio di raccontarvi l’attraversamento delle Alpi.

Luca Alfonso Rizzello

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