Vic Chesnutt. North Star Deserter. Strepitose collaborazioni per un post rock di vertice

Vic Chesnutt North Star Deserter
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Vic Chesnutt dopo quasi vent’anni di attività riesce ancora a stupire pubblicando un album da tutti ritenuto di grande spessore tanto da collocarlo ai vertici della sua produzione.
Vic Chesnutt North Star DeserterIn molti, come si legge nelle recensioni, insistono sulle sonorità ben congeniate, una sintesi perfetta tra le impostazioni di Chesnutt stesso e quelle dei musicisti che vi hanno partecipato. Sono sedici, di spessore e in buona parte del giro dell’etichetta Constellation.
Uno degli esempi migliori di questa collaborazione allargata è, secondo Guasco, Glossolalia <<per portare tra tocchi di archi e finali corali Chesnutt in un ambiente facilmente riconducibile ai migliori Silver mt. Zion, così come le frequenti costruzioni chitarristiche tipiche del suono dei migliori Godspeed you! Black Emperor>>. Un disco comunque considerato straordinario, difficile da collocare <<una musica dagli effetti indefinibili>>[1].

Non ci sono molti riferimenti da associare nemmeno per Dordi che considera North Star Deserter <<intensissimo>> e imperdibile. Quasi mai il flusso sonoro scorre dentro gli argini in cui sembra essersi incalanato. La ballata Everything I Say <<uno schiaffo inquieto e liberatorio che si dilata nello spazio per poi implodere improvvisamente in un sussurro, un giro di basso appena accennato e la voce dolente di Chesnutt>>. Nei brani pare serpeggiare una <<tensione>> sempre sul punto di attaccarci di sorpresa come nei <<saliscendi emotivi di Splendid>>[2].

Russo una collocazione la trova ed è quella di una sintesi tra <<cantautorato dolente ed evoluzioni del miglior post-rock orchestrale>>. Prodotto da un sapiente lavoro, come si diceva, tra tutti gli esponenti coinvolti che portano in eredità i loro ultimi lavori e che conducono ad <<unicum concettualmente coerente, seppur espresso nella prevalenza ora dell’approccio cantautorale “classico” di Chesnutt, ora di un’orchestralità sinistra e sovente distorta, ora infine dell’intensità drammatica di crescendo e spasmi elettrici>>. Queste note non sono quasi mai prevedibili, sono spesso intrecciate e con miriadi di sfumature. Marathon, Fodder On Her Wings e la <<magistrale>> Splendid sono le migliori espressioni di questo <<sicretismo artistico>>[3].

Testani oltre a sottolineare North Star Deserter come il perfetto punto d’incontro tra i suoni della Constellation, le <<devastanti metafore>> e la voce di Chesnutt ci dice che potremo sentirvi il <<rumore della carne che sfrigola, del cuore che scoppia, della vita che s’aggrappa per le unghie a un precipizio di fango e pietra che sprofonda negli abissi>>. Belle e profonde canzoni che possono anche aprire spazi di <<gioia>> come nel canto di Splendid e la sua <<esplosione di elettricità>> o in Everything I Say che <<scorre per sette minuti e scortica, porta via la ruggine degli affanni, libera il corpo dalla gogna di una sedia a rotelle>>[4].

Sulla stessa lunghezza d’onda si esprime la Rusconi che esalta la capacità dell’artista, in particolare la sua voce, ad aiutarti nei momenti più bui. Il connubio con i musicisti trasforma i <<ritratti di un’America odierna sempre più insensibile e inumana di Chesnutt da placide nenie>> in <<lente cavalcate con fragori noise>>[5].

Non molto diverse sono le considerazioni della Ferrari intenta a sottolineare i due aspetti di un disco che rappresenta una delle migliori proposte dell’anno e che non presenta sbavature di sorta. Il primo è la capacità di scavare l’animo umano con parole profondamente struggenti e il secondo è la sintesi sonora generata dall’incontro con i vari musicisti che vi hanno preso parte [6].

Un album al quale non si può chiedere molto altro perché i suoi brani, <<dalla comunicativa travolgente>>, attraversano spazi sonori di vario genere obbligando chi intenderà approcciare questo filone a confrontarsi. Questo mi sembra il sunto del pensiero di Turra che poi, nell’analizzare le canzoni, vede un passaggio dall’apertura di vecchio stampo, ma funzionale al prosieguo, ad una Glossolalia che <<indica l’origine delle litanie del Monte Sion, una You Are Never Alone di robusta ipnosi country>> e ancora Splendid <<lievita come la marea montante caratteristica del post rock, ma tenuta in scacco da echi doorsiani e squarci di luce>>[7].

La straordinarietà del lavoro svolto dai musicisti – secondo Bianchi – è data dall’aver prodotto un suono in grado accarezzare la voce di Chesnutt <<esaltando i climax emotivi>> e di proporre soluzioni che ampliano <<la gamma timbrica dal bassissimo all’altissimo sottolineando perfettamente gli sbalzi d’umore>> dell’artista stesso. Il risultato finale è un disco tra i migliori della sua carriera e con molte belle canzoni al vertice delle quali c’è Splendid <<navigazione in un mare di soffusi echi e riflessi chitarristici come il Neil Young di “Dead Man” con uno dei refrain più indovinati di sempre a raccontare l’ennesimo dramma della nostalgia e della perdita>>[8]. Non vi curate di noi ascoltate!
Ciro Ardiglione

genere: post-rock
Vic Chesnutt
North Star Deserter
etichetta: Constellation
data di pubblicazione: 27 agosto 2007
brani: 12
durata: 57:27
cd: singolo

[1] Daniele Guasco, rocklab.it, 11 ottobre 2007
[2] Paolo Dordi, Rockerilla 15settembre/15ottobre 2007, pag. 60
[3] Raffaello Russo, ondarock.it, 1 settembre 2007
[4] Gianluca Testani, Il Mucchio settembre 2007, pag.32
[6] Margherita Ferrari, vitaminic.it. 10 settembre 2007
[5] Valeria Rusconi, Rolling Stone ottobre 2007, pag. 178
[6] Margherita Ferrari, vitaminic.it. 10 settembre 2007
[7] Giancarlo Turra, sentireascoltare settembre 2007, pag. 77
[8] Stefano Isidoro Bianchi, Blow Up. settembre 2007, pag. 69

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