Vigilanza e controllo nell’economia della conoscenza. Intervista a Valeria Pinto

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Quando per la prima volta iniziai ad ascoltare e leggere gli interventi della professoressa Pinto sulla politica del sapere in Italia e in Europa, mi tornavano in mente le amiche e gli amici insegnanti, tra le primarie e l’università, che da anni mi raccontano della fatica nell’essere rinchiusi dalle nuove trame del sapere tecnico-valutativo. E così parafrasando Racine, se mi è concesso, gli scritti della Pinto, mi sembrano avere come sottotitolo: “O salvate il sapere o rinunciate, Signore, a tutta l’Umanità”.

Valeria Pinto

Il pensiero della Pinto è in difesa del sapere, della conoscenza, della loro indipendenza dalle logiche che hanno imposto «una trasformazione della conoscenza in “economia della conoscenza” lungo una china che ha velocemente portato alla radicale mutazione dell’idea stessa di conoscenza e delle figure che vi si dedicano, le quali non hanno più nulla dello studioso, dello scienziato di professione, neppure più direi del ricercatore, ma assumono per intero la forma di soggettività imprenditoriali», come avrà lei stessa a dire più avanti.

Valeria Pinto insegna Filosofia teoretica e Filosofia della religione alla Federico II di Napoli.
Al centro dei suoi interessi lo statuto ontologico dell’individualità, la crisi del pensiero metafisico e delle forme classiche del sapere e i rapporti scienza-relativismo-nichilismo. Negli ultimi anni si è dedicata all’analisi genealogica dei sistemi di organizzazione della conoscenza e allo studio delle nuove forme governamentali di controllo. In questo quadro ha assunto un posto rilevante la tematica della valutazione, a cui ha dedicato numerosi saggi e interventi. Di recente uscita per Cronopio la nuova edizione accresciuta di Valutare e punire. Critica della cultura della valutazione.

Valutare e punire è un suo libro la cui prima edizione è del 2012, ripubblicato nel 2019 semplicemente con un’introduzione e due saggi. Un’opera che non riguarda solo la ricerca o l’istruzione ma è ben incastonato nella sua evoluzione storica e nelle dinamiche (politiche economiche e tecnologiche) che si sono andate determinando negli ultimi decenni. Partiamo dalla valutazione, questo totem che ha invaso di fatto tutta la nostra esistenza. Lei scrive che: “La valutazione sia giunta ad affermarsi come lo strumento principe per il controllo delle università e del sapere in esse prodotto”. Può allargare lo sguardo magari attraverso qualche esempio di strumenti adottati in Italia dalle varie riforme?
Di società dei controlli, di audit society si parla in effetti dal secolo scorso. Come la società dei controlli abbia assunto oggi la forma di un evaluative State planetario merita particolare attenzione, richiede una riflessione che, guardando alla valutazione non come strumento classico di controllo ma come una vera e propria tecnologia di governo, si liberi di una serie di luoghi comuni relativi a una categoria problematica, quella del neoliberalismo, ma necessaria a comprendere l’attuale condizione delle nostre democrazie o meglio postdemocrazie. E la prima idea di cui occorre liberarsi è che a dettare legge sia il mercato nel senso laissez-faire. Questa è una grande favola. Il neoliberalismo non ha il carattere del ritrarsi dello Stato a vantaggio della naturale bontà del mercato, ma all’opposto quello di un intervento continuo dello Stato, impegnato a creare le condizioni per l’esistenza di un mercato concorrenziale “efficiente” e a mantenerle con ogni mezzo. Come dice Foucault in Nascita della biopolitica, il neoliberalismo si pone “sotto il segno di una vigilanza, di un’attività e di un intervento permanente“. A dispetto dei discorsi che ne celebravano l’eclissi, lo Stato – e lo vediamo bene in questi giorni – è presente, anzi presentissimo, seppure nella forma di uno Stato governamentalizzato. È senz’altro vero che non siamo più di fronte alle vecchie e rigide forme coercitive del controllo (che comunque non sono affatto scomparse, lo stesso Foucault mette in guardia dall’idea di una “successione”), non meno vero è però che nella forma del controllo dei risultati, di conteggio delle performance, di “guida a distanza” mai si è avuto un controllo sull’interezza della vita paragonabile all’attuale. Questo anche in virtù della potenza inaudita dei dispositivi digitali, i quali mostrano a perfezione come sia fuorviante l’identificazione tra controllo e coercizione.
Nell’ambito delle politiche dell’istruzione e della ricerca – che, come è evidente, non rappresentano un ambito fra gli altri, ma il fuoco del nuovo (nuovo si fa per dire) capitalismo della conoscenza – lo si vede a perfezione. Un’agenzia governativa – l’Anvur – interviene mettendo a sistema presunti criteri di scientificità delle pubblicazioni, modalità, forme, tempi e valore delle stesse. Irrompe nelle redazioni delle riviste poliziescamente, intimando di mostrare le schede del “peer review” se non si vuole essere declassati, insomma non ti fa visita buttando all’aria scaffali e scartoffie, o chiudendo redazioni con modi da sbirri, ma con gentilezza (con “spinta gentile”) semplicemente ti chiede di mostrare la tua completa conformità. Allo stesso modo, stabilisce in base a decisioni imperscrutabili – denominate di volta in volta “criteri minimi” “mediane” “soglie” – quali soggetti, tra quelli per legge abilitati a svolgere determinate funzioni, possano poi effettivamente svolgerle: cioè se un professore universitario, a pieno titolo tale, possa poi entrare in un collegio di dottorato, in una commissione di concorso ecc. Si è messa in opera in questi anni una vera e propria espropriazione della capacità decisionali e di giudizio del corpo accademico, l’annichilimento di un principio decisivo per il sapere quale quello di “giudizio dei pari”.
Ciò tuttavia è stato possibile, e in questo senso anche legittimato, dall’attiva collaborazione di una classe accademica non semplicemente priva di spina dorsale, come si sarebbe detto una volta, ma oramai decerebrata, inebetita, incapace di guardare oltre la sopravvivenza di se stessa, del proprio Dipartimento, del proprio Corso di Laurea, della propria carriera o di quella del “proprio” allievo. È impressionante come questa classe accademica inebetita (e contrariamente alle leggi del decadimento cerebrale, i giovani più dei vecchi), che non pare avere più niente da dire e da ridire, risponda senza esitazioni ai segnali-comando dell’ambiente, si identifichi con l’istituzione di appartenenza al modo in cui il più povero degli esseri viventi (una zecca, una pulce) vive irretito nel proprio ambiente naturale senza possibilità di distanziarsene. E addirittura chiami questo irretimento “responsabilità”. Il fatto vero, che giustifica in qualche modo questa perversione, è che effettivamente i “prigionieri-funzionari” dell’entrepreneurial university non obbediscono tendenzialmente a ordini imposti dall’alto, al comando di una legge che con violenza si abbatte su di loro, ma hanno conosciuto una vera e propria “mutazione tecnologica della responsabilità” come dice Stiegler, vale a dire una “completa sottomissione della responsabilità alla performance, ciò che si potrebbe anche chiamare l’efficienza, ossia il principio di realtà”: qui la performatività come efficienza – quella che rivendicavano i sofisti e “di cui la ‘cultura del risultato’ è come una versione grottesca nei nostri tempi miserabili” – si rivela appunto “intrinsecamente ed esclusivamente tossica” (Stiegler).
La realtà è che quando vivi per anni in un ambiente come quello che è stato costruito intorno a noi, alla fine ne sei attraversato. Alla fine, cioè, non puoi che fisiologicamente adattarti (per questo si parla di tecnologie ambientali di governo, e la valutazione questo è), anche se intellettualmente respingi la trasformazione e cerchi ostinatamente di resistere a ogni naturale effetto di normalità. Non di meno siamo stati trasformati nel nostro sentire, prima del e forse anche indipendentemente dal nostro pensare. Per questo oggi mantenere vivo un sentimento di distanza, continuare sentirsi dei disadattati, risulta alla fine qualcosa di assolutamente innaturale, un esercizio di riappropriazione di contro alla depossession – come è stata chiamata – del proprium del nostro mestiere: un “sollen”, un dover-essere si potrebbe anche dire se si volesse ragionare in termini etici, di etica della professione, contro la violenta de-professionalizzazione operata e ancora operante. Dinanzi a definizioni come “semilavorato pregiato in ingresso” per indicare lo studente che si iscrive a un corso universitario – come si legge in un documento molto significativo curato dalla Fondazione CRUI qualche anno fa, il “CAF Università. Il modello europeo di autovalutazione delle performance per le università” – non si tratta di rimanere superficialmente indignati per il tratto disumanizzante di queste parole: la descrizione infatti è impeccabile sotto il profilo dell’assicurazione della qualità, il problema non è “riscaldarla” parlando appassionatamente dei nostri giovani e dell’insegnamento come missione… il problema è capire che cosa significa questa scelta di parole e a che cosa ci condanna. Di passaggio osservo che uno degli autori di quel documento è appena stato nominato tra i nuovi consiglieri Anvur.

Nel suo libro chiarisce i passaggi storici in Europa di questa esondazione dei temi della produttività e della valutazione nel mondo accademico, dai primi strumenti adottati negli anni ’80, alla Commissione Delors nei primi anni ’90, alla “strategia di Lisbona”. A questo smottamento hanno contribuito diversi governi di centro-sinistra, può inquadraci meglio lo snodo fondamentale e l’intreccio con il sempre più invadente dominio del mercato?
È sconcertante, lo dico spesso, per chi guarda alla storia secondo una prospettiva genealogica, rilevare l’uniformità priva di sbavature, l’avanzamento che non conosce contrasti, con cui a partire dalla metà degli Anni Settanta e poi con una progressione a tutti visibile dopo la caduta del muro – a fronte anche di un ciclo di lotte con le quali si sono conseguiti diritti decisivi riguardanti il lavoro, l’istruzione, la salute ecc. – il progetto ordoliberale di un’economia sociale di mercato è venuto a realizzarsi grazie a una trasversalità che ha visto all’opera schieramenti politici opposti (almeno all’apparenza) e figure di opposte tradizioni intellettuali: si è trattato di una vera e propria distruzione, lo smantellamento pezzo dopo pezzo dello “stato sociale”. Uso volutamente, invece dell’espressione oggi più in uso “welfare”, questa espressione dal sapore quasi arcaico, che potrebbe suggerire addirittura immagini da realtà socialista, mentre parliamo semplicemente della vecchia Europa democratica uscita dal dopoguerra. Uno studio minuzioso e puntuale del quadro che mostra la trasversalità del processo chiamando in causa organizzazioni e persone – si pensi al noto ruolo di Delors nel dare avvio alla svolta europea verso la società della conoscenza – la offre il lavoro di Johanna Bockman, The Left-Wing Origins of Neoliberalism.
Ora, i cambiamenti nell’università fino alla riforma Tremonti/Gelmini, non meno di quelli di altri settori del pubblico, sono andati scrupolosamente realizzando solo e soltanto quanto veniva decidendosi a livello europeo, grazie all’impegno di organizzazioni di peso mondiale, in incontri spesso del tutto informali e dei quali non c’è traccia scritta (un’abitudine, come ci ha detto Varoufakis, ancora in uso anche in riunioni recenti di una certa importanza). Come è noto, decisiva è stata, e lo è tuttora, l’azione di gruppi e organizzazioni come la Tavola europea degli industriali, la Conferenza dei rettori europei (ora EUA), oltre alla Banca Mondiale, al Fondo monetario internazionale, all’Unesco, all’Ocse che, spesso lo si dimentica, non è un’organizzazione scientifica super partes ma “organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico” tra alcuni dei maggiori paesi industriali del mondo. Il “processo di Bologna” segna un momento di non ritorno, comanda una trasformazione della conoscenza in “economia della conoscenza” lungo una china che ha velocemente portato alla radicale mutazione dell’idea stessa di conoscenza e delle figure che vi si dedicano, le quali non hanno più nulla dello studioso, dello scienziato di professione, neppure più direi del ricercatore, ma assumono per intero la forma di soggettività imprenditoriali, eccellenze a progetto, al tempo stesso aggressive e sottomesse (come il principio della concorrenza impone). La conoscenza, nell’economia della conoscenza, non è più semplicemente piegata alle esigenze del mercato ma è fin dall’inizio prodotta secondo le leggi della valorizzazione del capitale e dunque non più conoscenza, ma feticcio della conoscenza. La valutazione (tecnicamente definita anche un “quasi-mercato”) alla fine, questo con chiarezza mostra: le agenzie di valutazione agiscono tutte esattamente allo stesso modo, cioè al modo delle agenzie finanziarie di rating che sono né più né meno che agenzie di valutazione nel senso stretto.

Lei è delle più attive e autorevoli esponenti dell’iniziativa «Disintossichiamoci- sapere per il futuro» alla quale hanno aderito moltissimi docenti per tornare ad una piena “libertà di ricerca e di insegnamento che – sebbene tutelata dall’art. 33 della Costituzione – è ridotta oramai a libertà di impresa” e ad un melmoso pasticcio burocratico. Come procedono le adesioni? Chi vi può aderire, solo il corpo docenti? Quali sono gli obiettivi primari e le iniziative che, emergenza permettendo, state mettendo in campo?
Le adesioni (ancora in corso tramite mail a sapereperilfuturo@gmail.com) hanno superato le 1.500 firme, veramente al di là di ogni aspettativa, se si pensa che il nostro traguardo iniziale era stato fissato a 100 adesioni, il che per un appello dal carattere nient’affatto ecumenico era già – per quanto possa sembrare inverosimile – piuttosto ambizioso. Personalmente sono molto contenta di essere rimasta sorda agli inviti a stemperare, ammorbidire per raggiungere un maggiore consenso: la scommessa è stata proprio invece la radicalità, che non significa estremismo di superficie, ma andare appunto alle radici delle questioni. A chi fa notare che siamo pur sempre un’esigua minoranza rispetto al numero complessivo dei docenti, potrei rispondere col prestigio di molti dei firmatari, ma non è questo il punto. Meglio sarebbe rispondere con le parole di Jacques Rancière in merito alla forza della politica, che è tutt’altra rispetto a quella del conteggio delle “parti” (ma è vero che, dove si è persa completamente ogni idea anche elementare di democrazia, come abbiamo potuto toccare con mano anche in alcuni attacchi ricevuti dal nostro appello, richiamare questi concetti di democrazia e politica forse è troppo). Come che sia, un aspetto decisivo di “Disintossichiamoci – sapere per il futuro” è la volontà di connettersi a movimenti analoghi a livello europeo: abbiamo diversi contatti e adesioni di studiosi europei, che sono anche figure di riferimento di organizzazioni di studenti, docenti, ricercatori in diversi paesi. Un passaggio decisivo, come è detto nell’Appello, è la realizzazione di un controvertice in concomitanza col vertice europeo dei ministri dell’istruzione (EHEA MINISTERIAL CONFERENCE), previsto inizialmente a giugno e ora spostato al 18-20 novembre. Certo l’esplosione della pandemia non ci ha aiutato, come d’altra parte comprensibile, eppure è proprio ora che tocca intervenire. Come un felice slogan dice; non si tratta di tornare alla normalità, perché la normalità era il problema. Il punto oggi è arginare anzitutto le forze che, approfittando anche del confinamento nell’ambiente domestico, spingono per dare il colpo definitivo, cogliere l’occasione per portare a realizzazione trasformazioni lungamente pianificate. In questa logica di non lasciarsi sopraffare abbiamo in programma una grande assemblea online a giugno per decidere come muoversi, anche ripeto, a livello europeo.

È circolata l’idea, per favorire la crescita culturale, di un Erasmus Nord-Sud che metta in movimento, nel nostro paese, gli studenti. Non ho un’opinione precisa, anche se leggo qualche riferimento di troppo ai temi dello sviluppo e quindi della malefica sovrapposizione istruzione/produzione. Lei che opinione ha in proposito?
Sulla proposta di Erasmus nord-sud onestamente non rispondo, è talmente balorda che serve solo ad avere chiaro la consistenza intellettuale di chi l’ha formulata. Oggi vedo che ci si entusiasma per i movimenti a prescindere, basta che si muovano…

In questi mesi l’attività di ricerca e insegnamento sono state sconvolte. Le chiedo una riflessione in base alla sua esperienza di questi giorni e che idea su ché ci porteremo dietro, cosa cambierà, per studenti, insegnati e lavoratori delle Università, quando l’emergenza sarà finita o di molto attenuata?

Sulla didattica a distanza c’è molto da dire. L’idea di transitare verso un modello stabilmente blended della didattica universitaria, come prospettato fin dall’inizio dal ministro, sta trovando accoglienza in numerosi documenti di rettori e senati accademici. È un esempio dell’accelerazione che approfitta dell’emergenza e del confinamento. Molto spesso si parla di didattica a distanza sotto due versanti apparentemente opposti, ma che a mio avviso si tengono insieme e non mi paiono adeguati a cogliere lo spessore politico della questione.
L’uno è quello che tende a considerare l’efficacia/inefficacia dello strumento in maniera affatto astratta, dando per scontate e condivise le finalità della formazione, ovvero assumendo tacitamente quelle prescritte dalle riforme di questi anni: una formazione a servizio del mercato del lavoro, delle imprese, o per usare la terminologia cara a Crui, in grado di ottenere il miglior output al minor costo nel più breve tempo possibile, fornitura alle imprese di forza lavoro per i bisogni – vale a dire il massimo profitto – delle imprese medesime.
L’altro versante è un approccio direi sentimentale, il correlato opposto e coordinato alla freddezza del test dell’efficacia: il richiamo alla propria esperienza vissuta, e dunque il susseguirsi di opinioni o soddisfatte per la partecipazione di “molti più studenti del solito”, per la presenza di “una platea attenta e motivata”, per l’interesse alle nuove modalità e così via., oppure che insorgono contro la scomparsa di presunte vicinanze e condivisioni, perché “mancano gli sguardi, i corpi…”, ecc.
Sfugge una considerazione di ordine politico, per esempio sul fatto che la didattica a distanza (DaD) amplia, rafforza e rende operativo nel modo più nudo il “mercato globale dell’istruzione”; sul fatto che così quest’ultima diventa a tutti gli effetti un prodotto standard, progettato per essere del tutto indipendente dal suo produttore; la “radicale esteriorizzazione del sapere rispetto al “sapiente”, qualunque sia la posizione occupata da quest’ultimo nel processo della conoscenza”, di cui già nel 1979 Lyotard scriveva.
Sfugge anche una considerazione adeguata su come la DaD si presti ad essere una vera e propria telesorveglianza: finalmente l’atteso strumento per un’efficace valutazione della didattica, come ha spiegato un esponente di “Più Europa” in un’audizione del ministro alla Commissione cultura della Camera. Ancora, sfugge la considerazione di come la DaD rappresenti una spinta ulteriore verso una spettacolarizzazione della formazione, sempre più comunicazione/informazione per un pubblico interattivo-reattivo, non studenti ma appunto spettatori, il trionfo del modello “educational rai”. Senza parlare qui dell’altra enorme questione relativa alle piattaforme proprietarie che sono state adottate e verosimilmente si continueranno ad adottare (un capitolo che rientra a pieno titolo nella questione della “open science”). Ma il punto vero, come ho già detto in vari incontri online sul tema, è che la didattica è già da tempo didattica a distanza, dal momento che è da tempo p.e. orientata “ex ante al risultato”, che si richiede che i programmi di insegnamento siano in linea con le aspettative di apprendimento fissate p.e. dai cosiddetti descrittori di Dublino (ecco un’altra cattiva ricaduta europea). Il programma di un corso deve essere progettato con mesi di anticipo rispetto alla sua “erogazione”, dichiarando in anticipo gli obiettivi, dunque del tutto slegati dal reale andamento del corso, il quale dovrebbe procedere tappa dopo tappa senza incorrere in imprevisti, condurre alla meta con la linearità di una catena di produzione che da un “semilavorato pregiato in entrata” fa uscire un prodotto conforme e omologato. Insomma, la didattica a distanza c’è già, si tratta solo di potenziarla grazie all’”online”. Ma ancora una volta si tratta di un progetto che viene da lontanissimo: “succede¬rà uno tsunami. Le grandi università americane: Harvard, Mit, Stanford, Princeton, Yale e anche la costa pacifica ecc. hanno già iniziato e ormai puntano prevalentemente, o quasi, sull’attività online. Noi invece siamo lentissimi, certo succederà anche da noi, ma bisogna vincere le molte resistenze”. Così nel 2012 Luigi Berlinguer in un’intervista su “Scuola Democratica”.

Tornando a cosa accadrà dopo l’emergenza, le rubo le parole da un suo saggio, La parte di Tersite. verità e democrazia dopo la democrazia che si può leggere gratuitamente, per chiederle se questa emergenza ci porterà più velocemente verso un “modello cibernetico” che aumenti il livello di controllo dei cittadini attraverso un governo dell’algoritmo, “che testimonia con chiarezza come un efficace sistema di controllo sia non già quello che inibisce e trattiene, ma bensì quello che corrisponde alla corretta procedura per raggiungere lo scopo prestabilito”.
Sì, riprendendo ancora il saggio che lei cita, è chiaro come il modello governamentale sia intrinsecamente cibernetico: nessun intervento costrittivo, nessuna imposizione dall’esterno, nel controllo l’azione di comando non è che la realizzazione di un programma: l’esecuzione corretta si produce “spontaneamente” grazie al fatto che alla macchina-sistema è fornita l’informazione relativa ai risultati della sua stessa azione, l’informazione agisce come comando-esecuzione. Il dispositivo di retroazione informa la “qualità totale” dominante in tutti i processi e relazioni sociali dell’evaluative state post-democratico. Alla fine è il sistema cinese di credito sociale (ma in realtà nient’affatto solo cinese), quello portato sullo schermo dal famoso episodio di Black-mirror “Caduta libera”: un evaluative state meritocratico. Due figure distinte, ma un unico nome: Daniel Bell. L’ultimo è il Daniel A. Bell che teorizza l’insufficienza/inefficienza dei tradizionali sistemi democratici occidentali a fronte dell’assai più perfetta organizzazione cinese, il “Modello Cina” della “meritocrazia democratica verticale”. Il vecchio è il Daniel Bell che aveva prefigurato l’affermarsi di un nuovo modello decisionale fondato sul controllo, sulla computabilità: non giudizio e decisione, del tutto impotenti a governare le infinite variabili della “complessità organizzata”, ma per il mondo globalizzato del capitalismo post-industriale “la sostituzione di algoritmi (regole per la soluzione dei problemi) a giudizi intuitivi”. Se infatti i principali problemi della società post-industriale sono quelli della ‘complessità organizzata’, cioè la gestione di sistemi su vasta scala, caratterizzati da un gran numero di variabili interdipendenti, il modo per coordinarli in vista di obiettivi precisi è offerto dalle nuove tecniche statistiche e logiche (Bell scriveva negli anni settanta), che possono essere utilizzate per formalizzare “regole che consentano di prendere decisioni: algoritmi da inserire in un macchinario automatico”. La governamentalità algoritmica di cui oggi giustamente molto si parla era già tutta lì.

Pasquale Esposito

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