Vincenzo Paglia: L’età da inventare. La vecchiaia fra memoria ed eternità

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Siamo in tanti in Italia ad appartenere alla prima generazione della nuova vecchiaia di massa, quella cosiddetta dei baby boomers (ossia coloro nati tra il 1946 e il 1964). Partendo dalla odierna evidenza della longevità come fenomeno di massa, Vincenzo Paglia invita soprattutto questa fascia di cittadini – con il suo ultimo volume, L’età da inventare. La vecchiaia fra memoria ed eternità (Piemme 2021, pagine 240, euro 17,50) – ad assumersi la responsabilità di “inventare la vecchiaia”, «assumendola come un compito personale: “la mia vecchiaia”».

Questa generazione, cresciuta assieme alla realizzazione di promesse di una vita lunga e in particolar modo in buona salute, ha avuto il privilegio di conoscere il rovesciamento delle età della vita. Le conquiste scientifiche, una sanità più progredita, un’assistenza più diffusa, una vita sociale più solidale e comunque meglio organizzata, il miglioramento delle condizioni igieniche e l’accesso a risorse alimentari sufficienti e diversificate, hanno favorito – in Occidente e nel mondo industrializzato – «lo sviluppo di tre grandi fenomeni demografici fino ad allora inediti nella storia umana: lo spostamento più in là della morte tra gli adulti – a parte l’ecatombe della Prima e della Seconda guerra mondiale –, la diminuzione della mortalità infantile (tra gli zero e i dieci anni) e di quella delle mamme partorienti. Si tratta di processi che hanno continuato a consolidarsi, così che l’umanità ha letteralmente cambiato volto».
copertina l'età da inventare Vincenzo Paglia

A differenza dei nostri nonni siamo destinati ad avere 30 anni in più da vivere. Avere alcuni decenni in più di vita – avverte Paglia – «comporta notevoli conseguenze sul modo stesso di concepire la propria esistenza, i propri giorni, i propri progetti. Spostare in avanti la propria morte comporta notevoli conseguenze». La longevità – sottolinea Paglia – non è una semplice aggiunta temporale; essa modifica profondamente il nostro rapporto con l’esistenza.
Alcuni dati eloquenti. Tra dieci anni – avverte Paglia – gli anziani nel mondo supereranno il miliardo ed entro il 2050 arriveranno a 2 miliardi, il 22% della popolazione mondiale. In Italia è già così: oggi gli italiani sopra i 65 anni sono il 22% della popolazione (nel 1960 erano il 9%; nel decennio successivo raggiungono l’11%; nel 1980 il 13%, il 16% nel 2000 e nel 2016 il 22%, ossia 13,4 milioni di abitanti). L’Italia è il primo Paese al mondo in cui il numero degli ultrasessantenni (16%) ha superato quello dei ragazzi con meno di 15 anni (15%). Se si considera il forte calo delle nascite, «ci troviamo di fronte a un processo di “de-giovanimento” piuttosto che di invecchiamento».

Le famiglie, mentre diventano sempre più “strette”, con la riduzione del numero di figli, diventano anche sempre più “lunghe”, con tre o quattro generazioni al loro interno. Sempre più spesso figli unici sono chiamati a prendersi cura dei loro genitori, dei figli, e anche dei nipoti. Si tratta di un fenomeno in crescita ovunque. Questa inedita situazione Paglia la immagina come un grande palazzo di quattro piani equamente abitato: «ci sono i bambini, poi i giovani, quindi gli adulti e infine gli anziani. Volendo possiamo aggiungere altri due “piani” e un futuro: le fondamenta (la vita nel seno della madre), il terrazzo (la fase terminale) e l’oltre la morte (il cielo che è popolato). Qual è oggi il problema? In questo palazzo di quattro (o meglio, sei piani e un terrazzo) non ci sono né scale né ascensori. Anche il cielo è stato tolto! Sull’ultimo piano non c’è più il cielo, ma una cappa nera impenetrabile. È quel che chiamiamo incomunicabilità tra le generazioni e anche nichilismo, visto che il “nulla” è il futuro che ci attende…».

Isolare gli anziani – osserva acutamente Paglia – nel loro “piano” aumenta anche la solitudine degli altri: «la mancanza di rapporti intergenerazionali fa sì che, ad esempio, i giovani vengano privati della grande lezione che viene proprio dagli anziani di questa generazione: vecchi che in gioventù conobbero gli orrori della guerra, dei sistemi totalitari, degli olocausti, che costruirono e ricostruirono la pace insieme alle città e alle fabbriche d’Europa. Escluderli dal circuito sociale condanna i giovani a un appiattimento sul presente, che non ha memoria del passato e, di conseguenza, visione del futuro».

Insomma, abbiamo moltiplicato anche la vecchiaia. L’allungamento degli anni di vita apre notevoli prospettive per l’edificazione di una società più umana, con gli stessi anziani che devono partecipare a tale edificazione. Non si contano gli studi e le teorie sul “perché” invecchiamo. A Paglia preme il “come” invecchiamo; ossia come affrontare i trent’anni in più di esistenza che abbiamo guadagnato. Gli studiosi da tempo dividono in tre la “terza età”: “giovane vecchiaia” (dai 65 ai 75 anni), “media vecchiaia” (dai 75 agli 85) e “vecchia vecchiaia” (dagli 85 in avanti). I centenari non sono più un’eccezione come quando eravamo bambini e il compimento dei 100 anni di un anziano era la prima notizia del TG1. Per la prima volta nella storia umana sta sorgendo un popolo di centenari.

Mentre si affacciano molteplici sconvolgimenti e scenari inediti non abbiamo riferimenti o modelli a cui guardare. Siamo tutti concentrati su quello che ci succede ora. Il modello consumista dominante, il materialismo diffuso ci obbliga a pensarci in un orizzonte temporale ristretto. Le grandi visioni del futuro si sono rattrappite da tempo, non ci sono grandi obiettivi per cui spendersi. Il sociologo francese Marc Augé si è chiesto: «Che fine ha fatto il futuro? Oggi sul pianeta regna un’ideologia del presente e dell’evidenza che paralizza lo sforzo di pensare il presente come storia, un’ideologia impegnata a rendere obsoleti gli insegnamenti del passato, ma anche il desiderio di immaginare il futuro». Questa ideologia del presente, o meglio del presentismo, si stende su ogni dimensione della nostra vita, personale e collettiva. È urgente una intelligenza attenta, una pronta audacia e un sollecito impegno perché la vecchiaia diventi una grande opportunità per la società di oggi e di domani. In tal senso, è prezioso il volume di Paglia e il suo invito a riformulare la dimensione antropologica della vecchiaia, quale componente “vitale” dell’intera comunità umana. È evidentemente una questione di giustizia, di riconoscenza, di responsabilità, di amore. Ma anche un pungolo – ha giustamente osservato Pierangelo Sequeri – a porre rimedio ad una distorta comprensione della vita come semplice durata che si consuma. Ma siamo davvero consapevoli di quel che sta accadendo?

Non a caso il paradosso evidenziato dal libro è: come mai la vecchiaia, che proprio ora appare con tutta evidenza come un’età normale della vita, sempre più è meno accolta nell’etica della convivenza? Perché la nostra società si ostina nel farsi rappresentare dagli individui dinamici, produttivi, dell’adulto fai da te dell’età di mezzo che rimane – o si sente – sempre giovane? In altri termini, è l’età soggettiva che va presa in esame. In passato, dopo i sessant’anni ci si preparava a lasciare il proprio posto, oggi invece si continuano a programmare gli anni futuri senza pensare a una scadenza determinata. Le generazioni perdono i loro contorni. La durata e il tessuto interno di ciascuna età si sono allargati e sono diventati più complessi. Oggi le età incrociano diversamente la storia, si formano generazioni culturalmente diverse che convivono in un quadro sempre meno uniforme. Ormai, età cronologica, età sociale ed età personale coincidono sempre meno. Solo giovani e per sempre? Bob Dylan cantava: «Forever young/ forever young/ May you stay forever young».

La giovinezza è – sottolinea Paglia – «come costretta a divenire il modello dell’intera esistenza: un modello a cui tutte le età tentano di conformarsi. La giovinezza è l’ideale della vita. Sulle sue spalle, comunque fragili, viene oggi posta l’intera esistenza: siamo tutti condannati a essere e a restare “giovani”. La società, illudendoci e illudendo sé stessa, fa ogni sforzo perché tutti possiamo convergere verso la determinazione a restare giovani sempre o almeno finché si può, prima del “crollo” della vecchiaia. Il presente e il futuro appartengono ai giovani e quindi la giovinezza va prolungata a ogni costo».
Ne aveva parlato già Marcel Gauchet. Tutti cercano di restare – o almeno apparire – giovani. Il termine “vecchio” è quasi un insulto, si preferisce definire le età più avanzate come tardo-adulte, adultissime, grandi adulti ecc. Sembra che le diverse stagioni della vita non siano più accettate: «Non è eccessivo parlare di una liquidazione dell’età adulta. Siamo al cospetto di una disgregazione di ciò che significava maturità […]. Quella dell’adulto non è ormai che un’età senza un particolare rilievo o privilegio sociale. Nessuno deve più essere maturo, nel senso che non sussiste più l’obbligo pubblico della riproduzione collettiva. La vita famigliare e la procreazione sono divenute questioni puramente private. Non esistono più modelli di esistenza adulta definiti dal discrimine della creazione di un nucleo famigliare […] restare giovani diviene l’ideale esistenziale se si scopre di avere davanti a sé molto tempo e se si ha tutta l’intenzione di sfruttarlo». Per Gauchet sapere di avere davanti a sé molto tempo porta a fare della giovinezza il “modello per l’intera esistenza”. Le altre età quasi scompaiono: solo la giovinezza è vita.

In realtà, davanti a noi si delinea come un “nuovo continente”, come ha sottolineato alcuni anni fa con efficacia lo storico Andrea Riccardi: «Oggi non ci sono più continenti da scoprire… ma nuovi mondi emergono dentro il nostro mondo. Gli anziani sono il futuro del mondo: è ormai una convinzione generalizzata. Ma è meno chiaro come gli anziani condizioneranno il nostro avvenire e quale significato assumerà la loro presenza, così cospicua. È un continente umano da esplorare». Un continente che deve comunque essere ancora scoperto nella sua vastità. È una “terra incognita”: che fare di questi trent’anni di vita in più che ci piovono addosso inaspettatamente? Il libro è su questo una miniera di suggestioni e di riflessioni ed è difficile riassumerle in poche battute. Al lettore l’opportunità di scoprirle e farle proprie.

Intanto, il pianeta degli anziani va difeso. Una questione di giustizia dicevamo. Con la pandemia, gli anziani sono state le prime vittime, specie negli istituti. La pandemia ha svelato in modo impietoso quanto era già chiaro prima a chi si interessava degli anziani: viviamo in un sistema totalmente sbilanciato verso le cure residenziali, case di riposo e Rsa, che peraltro riescono ad assistere poche centinaia di migliaia di disabili, mentre l’orizzonte epidemiologico di anziani con problemi di mobilità, di perdita delle capacità di svolgere attività della vita quotidiana, di barriere architettoniche, sono milioni! E vivono tutti a casa. La pandemia ha rivelato che questa costruzione assistenziale, evidentemente priva di un pensiero strategico, è crollata coi primi venti, vittima certamente del coronavirus ma anche della intrinseca insostenibilità dell’approccio residenziale inteso come unico supporto offerto dal sistema. C’è, inoltre, la questione dello “scarto” dei vecchi poveri e malati, tante volte denunciato da Papa Francesco. Non tutti sono vecchi allo stesso modo. C’è una tentazione che attraversa tutti i continenti: i vecchi poveri e malati, quelli non autosufficienti, vanno rottamati come “scarti” della società. E, se è vero che la vecchiaia fa paura a tutti, la vecchiaia di questi ultimi è un massacro. Le cifre sono allarmanti. E poco se ne parla. È meglio nascondere. In Italia si calcolano circa tre milioni e novecentomila anziani non autosufficienti. E se è vero che sono i già poveri e i meno istruiti che si ammalano prima, la malattia diventa per tutti la porta di accesso all’esclusione, allo scarto. I malati di Alzheimer superano il milione, e sono in aumento. Nel mondo, c’è un nuovo caso ogni tre secondi. E se la tendenza sarà confermata, chi nasce oggi avrà una probabilità su tre di morire per demenza. È un welfare fai da te, che incide in modo pesante sui bilanci famigliari. Si calcola, per fare un solo esempio, che i costi diretti per l’attività di cura dei malati di Alzheimer siano di circa 11 miliardi di euro, di cui oltre il 70% a carico delle famiglie. Con l’effetto di aumentare le distanze sociali tra ricchi e poveri e negare l’uguaglianza dei diritti.

Nel 2020 il ministro della salute Speranza incaricò Paglia di formare e presiedere la Commissione per la riforma dell’assistenza sanitaria e sociosanitaria della popolazione anziana. Il piano elaborato dalla Commissione è stato presentato nel settembre scorso al governo e ora una cabina di regia è responsabile della sua applicazione. Le pagine del volume di Paglia riflettono anche il lavoro della Commissione. Il rapporto L’abitazione come luogo di cura degli anziani capovolge l’assistenza agli anziani, facendo centro sulla casa e investendo risorse sull’assistenza domiciliare, marginalizzando l’istituto. La Commissione propone la realizzazione di un continuum assistenziale che prevede un equilibrio fra diversi approcci: quello territoriale diffuso, l’assistenza domiciliare, i centri diurni e le Rsa con funzioni nuove dentro il sistema, soprattutto per quel che riguarda le cure intermedie, il post acuzie, di cui si avverte un gran bisogno. Accanto a questo, l’assistenza agli anziani certamente rappresenta una grande occasione per ripensare il nostro tessuto urbano e sociale, ad esempio con incentivi importanti al co-housing ed alle riqualificazioni per la eliminazione delle barriere architettoniche e la creazione di centri diurni su beni già esistenti. Il rapporto è stato del tutto recepito dal presidente del Consiglio Draghi come “straordinario” e ne vuol fare un modello europeo (in Italia s’investono 4 miliardi di euro del Piano nazionale di resilienza e ripresa): «Si tratta –ha detto Draghi – di un’iniziativa di enorme rilevanza sociale ed etica. L’Italia deve garantire i diritti degli anziani, il rispetto della dignità della persona in ogni condizione. L’assistenza socio-sanitaria dev’essere adeguata e responsabile. Perciò il governo sosterrà la proposta d’intervento presentata oggi». Al termine del volume è contenuta Carta dei diritti degli anziani. Per Paglia di fronte al nuovo “popolo di anziani” – l’Italia è il secondo Paese, dopo il Giappone, più longevo – è necessario ridefinire i contorni della società e le rispettive responsabilità, dando senso alla nuova generazione. Prima veniva chiamata “terza età”.

Oggi, per la prima volta nella storia convivono assieme quattro generazioni. C’è bisogno di ridisegnare i diritti che gli anziani hanno come anche i doveri che le generazioni hanno verso di loro.
E, soprattutto, è necessario comprendere il senso della dipendenza l’uno dall’altro. La coscienza della dipendenza, il desiderio di aiuto non più prigioniero dell’illusione dell’onnipotenza, è un carisma proprio della vecchiaia. Purtroppo, sfugge alla comprensione anche dei credenti. Eppure – avverte Paglia – è un tesoro preziosissimo.

Antonio Salvati

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