Virginia Woolf, Gustave Flaubert e l’ego invisibile della scrittura

Lettrice Ostia Lettura
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Scrivere è un’arte difficile. E non solo perché bisogna conoscere bene la lingua nella quale si decide di scrivere, grammatica inclusa.
Scrivere è difficile perché bisogna pensare, molto, e allo stesso tempo lasciarsi guidare da un certo istinto, da una specie di automatismo mentale e spirituale che riesca a prenderci per mano e condurci nella foresta di personaggi e cose, azioni ed eventi che costituiranno od intralceranno la storia che vogliamo narrare o crediamo di voler narrare.
La scrittura è riflessione ed è solitudine. Soprattutto solitudine: e quest’ultima è la parte ineludibile. Chi scrive o chi decide di scrivere deve fare i conti con se stesso ancor prima che con i propri personaggi, con ciò che pensa di sé, che crede di sapere di sé e che sa di sé. Un viaggio in una profondità cui non sempre è facile accedere, ma soprattutto di cui in seguito è difficile disfarsi. A questo proposito Virginia Woolf  [1] sottolineava in una delle pagine del suo diario che proprio un Io invadente è il vero pericolo, e si domandava: «è possibile essere abbastanza flessibili e generosi da riuscire a costruire un muro tra sé e il proprio libro senza che per questo … esso si restringa e si impoverisca?». È possibile, lo dimostrano i suoi libri e tutta la letteratura prima e dopo di lei. Lo dimostrano tutti quei romanzi che pur partendo da una riflessione personale o da un evento del tutto autobiografico, estendono questa ispirazione portandola ad un livello di narrazione più universale che permetta all’autore di guardare alla sua storia e ai suoi personaggi con partecipazione obiettiva e al lettore di identificarsi.

Lettrice Ostia
Una lettrice a Ostia. 2012. Foto Lorena Franzini
Che niente sia una banale messa in scena di sé; che si faccia del tutto per escludere il pericolo di cadere in una semplicistica sessione di autocoscienza, trascinati da una inappropriata autostima che impregnerà l’intero racconto del profumo dolciastro dell’autocompiacimento. Non sto escludendo, e lo affermo nella maniera più assoluta, che lo scrittore non abbia diritto ad essere presente nel suo romanzo: lo sarebbe comunque, con il suo modo di formulare frasi, costruire dialoghi, di descrivere i personaggi e di farli vivere ed agire. Sarebbe comunque presente perché tutto e tutti sarebbero filtrati dalla sua coscienza che si costituisce delle sue esperienze, reali o fantasticate e da tutto ciò che ha visto, guardato, sentito, ascoltato. Perché, come diceva Joseph Conrad [2], il compito dello scrittore è quello di farci udire, toccare e soprattutto vedere con il potere della parola scritta. Pensiero confortato anche da Nicola Lecca [3], giovane scrittore italiano che afferma: «scrivere significa dimenticarsi di sé ed osservare il mondo in profondità: studiarlo, capirlo, decifrarlo e raccontarlo in maniera obiettiva e universale».
Insomma, lo scrittore c’è ma non si vede. E proprio grazie a questa sua “assenza” riesce ad “essere” i suoi personaggi e non se stesso, cosicché la sua personalità annullata si innovi in quella dei suoi eroi attraverso le loro riflessioni, azioni, cadute o resurrezioni.  Flaubert nella sua ampia corrispondenza, afferma che «…l’artista deve essere nella sua opera come Dio nella creazione: invisibile e onnipotente, in modo che lo si senta ovunque ma che non lo si veda mai» [4].
Annullarsi e costruirsi insomma, fermo restando che la scrittura è una cosa seria e che non deve essere affrontata con leggerezza; e così facciamo nostra l’esclamazione della Woolf: «Che lo scrittore non scriva nulla che non lo diverta scrivere!»
Ma allora: cosa c’è da fare per essere seri? Per scrivere?
V. Ch.

[1] Virginia Woolf,  “Consigli a un aspirante scrittore”, BUR, 2012
[2] Citato in  V. Woolf, “Consigli a un aspirante scrittore”, op. cit.
[3] Nicola Lecca intervista su web site Mondadori : 
[4] Lettera a M.lle Leroyer de Chantepie, 18 marzo 1857

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