Virginiana Miller, The Unreal McCoy

i sei Virginiana Miller
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I Virginiana Miller sono una band solida e prima che dalla loro musica, parte della storia dell’indie di questo paese (forse è un po’ ristretto il campo), lo capisce da due altri dettagli non meno importanti: tornano dopo sei anni dopo aver continuato a suonare e firmano le loro canzoni, in rigoroso ordine alfabetico, tutti i componenti del gruppo. Da Livorno, ben tornati Antonio Bardi, (chitarre acustica ed elettrica), Daniele Catalucci (basso e voci di supporto e armoniche), Valerio Griselli (percussioni), Simone Lenzi (voce), Matteo Pastorelli (chitarre acustiche, elettrica e steel, sintetizzatore e mini theremin) e Giulio Pomponi (piano acustico e elettrico, sintetizzatore, farfisa, tastiere).

Per la prima volta cantano in inglese e il loro spartito è ben piantato in quelle praterie sonore che appartengono al rock, al country e al folk. E forse come hanno detto loro in un’intervista a Sky “il rock in inglese è come la messa in latino. È andare alle origini”.
Parafrasando l’espressione “The real McCoy” che indica una cosa vera, contrapposta alle imitazioni, hanno dato come titolo all’album The Unreal McCoy, ma la loro non è una “fake music” d’oltre oceano.

Guardano da lontano, ma le loro nove canzoni entrano nella vita di quel paese, raccontano storie che potrebbero essere brevissimi cortometraggi: da uno psicopatico armato all’uomo abbandonato, a coloro che vivono nei camper, soldati on congedo. Forse un impero al tramonto. Dove però si finisce per tornare/restare quando si arriva ad Albuquerque, il brano che conclude il disco nel migliore dei modi, dove esplode la creatività dei Virginiana Miller con quel lento desertico scorrere, chitarre nitide, tra arpeggi e lievi distorsioni, sorrette da accenni jazzistici, una voce, quella di Lenzi, ancora più profonda e un progressivo deformarsi e poi una sorpresa nucleare quasi psichedelica
When all this will be over
Only the rats only the bugs
When all this will be over
Do not despair
We’ll meet in Albuquerque

Con un salto quantico torniamo al primo brano, la title track, sempre ottimamente arrangiata, dove si avvertono campi larghi, e momenti tetri e pesanti, con le percussioni di impatto e chitarre che affondano le loro corde sferzanti a rivelare alcuni aspetti dell’America profonda
Son, I was cowboy
Riding a clotheshorse in the prairie
Do you think I died in vain
To save the fatted calf
Under a dusty rain
To make America great again

In mezzo vi troviamo l’alternative rock di Lovesong molto ben composta e dove un pianoforte prova ad ammorbidire il folle; Old Baller un pezzo armonioso con significative venature pop; The End Of Innocence, un intrigante movimento di vero country-rock che tende alla ballata, cori inclusi; e potremmo scomodare Cohen per alcuni passaggi della cantautoriale Soldiers On Leave.

Non vi curate di noi e ascoltate.
Ciro Ardiglione

genere: rock
Virginiana Miller
The Unreal McCoy
etichetta: SANTERIA/Audioglobe
data di uscita: 29 marzo 2019
brani: 9
durata: 00:36:02
album: singolo

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