Volevo nascondermi di Giorgio Diritti

Elio Germani Ligabue in Volevo nascondermi
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Il film su Ligabue di Giorgio Diritti programmato per uscire nelle sale ai primi di Marzo del 2020 e rimasto bloccato dall’inizio della pandemia, è tornato visibile dal 19 Agosto. Volevo nascondermi, presentato al Festival di Berlino nel Febbraio 2020, ha valso l’Orso d’Argento per il miglio attore ad Elio Germano. Premio assolutamente meritato, vista la capacità di immedesimazione mostrata dall’attore.

Non è un film facile da costruire, soprattutto perché su Ligabue fu realizzato nel 1977 uno sceneggiato in tre puntate, per la regia di Salvatore Nocita e con Flavio Bucci nella parte del pittore. Evidentemente il confronto fra le due opere rappresenta un rischio che Giorgio Diritti ha voluto correre. Il lavoro del 1977 è più lineare e sorvola su alcune questioni che riguardano Ligabue; la recitazione di Flavio Bucci è più intima e meno attirata dalle manifestazioni esteriori.
Nel Ligabue di Diritti, lo sviluppo delle storia è meno lineare, con un innumerevole uso di flashback, che rendono all’inizio un po’ difficoltoso seguire la trama; si accenna all’abitudine che il pittore aveva preso di indossare alla sera, prima di coricarsi, abiti femminili. Il Ligabue di Elio Germano è di una fisicità che occupa lo schermo. Sono due modi diversi di affrontare lo stesso personaggio, ma altrettanto validi, e probabilmente il confronto fra i due lavori non ha molto senso, se non come pietra di paragone su come in epoche diverse la stessa storia venga raccontata con accenti diversi.

In questo film il regista affronta uno dei suoi temi prediletti, già affrontato nell’opera prima “Il vento fa il suo giro”, del 2005, cioè la difficoltà che esiste nella provincia profonda ad accogliere e comprendere la diversità. Scrive il regista nelle note di regia: “(…) Come per ogni uomo nella vita, è capitato anche a Toni di sentirsi inadeguato, sbagliato, sconfitto ed il primo istinto anche per lui in quei momenti è stato il desiderio di nascondersi, di uscire dal mondo. Rileggendo il percorso della sua vita, appare evidente quanto il suo essere visto come “diverso” sia l’origine di molte delle sue sofferenze ma anche il nucleo generativo della sua identità artistica e del suo successo”.
Quindi Ligabue come metafora delle inadeguatezze umane ma di come questo sentirsi fuori posto rappresenti anche la sorgente feconda dell’arte. Non a caso il film inizia con un Ligabue nascosto sotto una coperta nera, che osserva il mondo e lo psichiatra che lo sta esaminando, attraverso una fessura. Quando il mondo diventa troppo complesso e tu non sei in grado di reggere il confronto è meglio nascondersi dentro una coperta. La rappresentazione dell’universo concentrazionario della psichiatria del periodo è ben descritta nel film. Una psichiatria che ancora non distingue fra l’insufficiente mentale e la persona preda di disturbi psichiatrici. Non è casuale che il regista si soffermi nel mostrare gli ospiti delle strutture psichiatriche e ci mostri delle persone con la sindrome di Down. La distinzione arriverà molto più in là. Ad esempio, al Santa Maria della Pietà di Roma, che era l’ospedale psichiatrico della città, nel periodo compreso fra il 1913 e il 1974, vennero internati 3.758 minori, molti dei quali erano orfani. Va però riconosciuto che nel ricovero che avviene fra il Gennaio e l’Aprile 1917 nel manicomio di Pfafers di Ligabue viene citata la sua “straordinaria abilità nel disegno, soprattutto di animali” e che “quando disegna appare rasserenato”.

Il Ligabue di Diritti è una persona che vive, letteralmente, ai margini del paese, in una capanna in mezzo al bosco. Che i bambini deridono e prendono in giro. Ma anche gli adulti, sapendo che Ligabue non può sopportare quelli che tossiscono, incominciano tutti a tossire, per potersi poi divertire delle sue reazioni. È la provincia gretta, sazia di se stessa, che però impara a convivere con il Ligabue e per certi versi lo tollera, anche quando diventerà famoso. Ma è anche la provincia dove alcune persone si dimostrano in grado di aiutarlo.

Il racconto della vita di Ligabue è costruito come una fiaba nera: il mondo che lo circonda richiama infatti gli archetipi della fiaba in cui si possono riconoscere figure esemplari come la matrigna e il padre “orco”, il direttore del collegio, una fata buona, i ragazzi cattivi che lo prendono in giro, gli adulti che lo deridono. Una volta diventato adulto, poi, attorno a lui si muove un coro di personaggi – i paesani – perlopiù respingenti, alcuni surreali e fiabeschi a loro volta, ma in cui via via emergono alcune figure amiche che saranno fondamentali per il riscatto di Toni.

In questo contesto anche il paesaggio, fotografato splendidamente è protagonista del film. Macchina fissa dove gli uomini sono un elemento in movimento, dove alle volte sembrano quasi perdersi, di paesaggi urbani o agricoli che sembrano essere lì da sempre. Anche questa attenzione, rigorosa e geometrica, al paesaggio, è una delle caratteristiche del regista, che qui assume ancora maggiore importanza, perché è fonte di ispirazione dell’artista. Inoltre l’uso di una fotografia satura è essa stessa un richiamo alle tele di Ligabue, che dipingeva con colori vivaci e violenti. Fu proprio questo uso del colore da parte dell’artista che colpì la critica.

Giorgio Diritti mostra grande controllo della messa in scena, con delle inquadrature fisse oppure tramite impercettibili movimenti di macchina. L’uso dei flashback iniziali genera delle difficoltà di comprensione, ma probabilmente è anche esso metaforico, poiché richiama la confusione mentale di coloro che hanno difficoltà a ricostruire la propria storia personale e affastellano gli episodi della propria vita senza riuscire a metterli in ordine cronologico. Ma tutto trova la sua conclusione nella fine del film.
La fattura del film è ottima, con delle scenografie e dei costumi assolutamente coerenti con il periodo storico preso in considerazione e una colonna sonora antiretorica. A tal proposito è apprezzabile la volontà del regista e di Elio Germano di non volere trasformare Ligabue in una macchietta folkloristica, ma di volere avere voluto una certa sobrietà nella rappresentazione dell’artista. Ciò denota rispetto verso la storia che si è voluta raccontare e ci dice molto sulla bravura di Germano, che ha cercato di spogliare il personaggio di tutti i luoghi comuni sulla follia per giungere a mostrarne la parte più fragile e delicata. Film assolutamente da non perdere
Francesco Castracane

Volevo nascondermi
durata 120’
regia di Giorgio Diritti

manifesto Volevo nascondermi con Elio Germano LigabueTrama
Toni, figlio di una emigrante italiana, respinto in Italia dalla Svizzera dove ha trascorso un’infanzia e un’adolescenza difficili, vive per anni in una capanna sul fiume senza mai cedere alla solitudine, al freddo e alla fame.
L’incontro con lo scultore Renato Marino Mazzacurati è l’occasione per riavvicinarsi alla pittura, è l’inizio di un riscatto in cui sente che l’arte è l’unico tramite per costruire la sua identità, la vera possibilità di farsi riconoscere e amare dal mondo.
“El Tudesc,” come lo chiama la gente è un uomo solo, rachitico, brutto, sovente deriso e umiliato. Diventerà il pittore immaginifico che dipinge il suo mondo fantastico di tigri, gorilla e giaguari stando sulle sponde del Po.
Sopraffatto da un regime che vuole “nascondere” i diversi e vittima delle sue angosce, viene rinchiuso in manicomio. Anche lì in breve riprende a dipingere.
Più di tutti, Toni dipinge se stesso, come a confermare il suo desiderio di esistere al di là dei tanti rifiuti subiti fin dall’infanzia. L’uscita dall’Ospedale psichiatrico è il punto di svolta per un riscatto e un riconoscimento pubblico del suo talento. La fama gli consente di ostentare un raggiunto benessere e aprire il suo sguardo alla vita e ai sentimenti che sempre aveva represso. Le sue opere si rivelano nel tempo un dono per l’intera collettività, il dono della sua diversità.

Cast artistico
Antonio Ligabue: Elio Germano
Ligabue adolescente: Oliver Ewy
Ligabue bambino: Leonardo Carrozzo
Renato Marino Mazzacurati: Pietro Traldi
madre Mazzacurati: Orietta Notari
Andrea Mozzal: Andrea Gherpelli
Nerone: Denis Campitelli
Vandino: Filippo Marchi
Sassi: Maurizio Pagliari
Cesarina: Francesca Manfredini
madre Cesarina: Daniela Rossi
regista Andreassi: Mario Perrotta
giornalista Canova: Paolo Dallasta
industriale Antonini: Gianni Fantoni
Pina: Paola Lavini

cast tecnico
Regia: Giorgio Diritti
Soggetto: Giorgio Diritti e Fredo Valla
Sceneggiatura: Giorgio Diritti, Tania Pedroni con la collaborazione di Fredo Valla
Fotografia: Matteo Cocco
Montaggio: Paolo Cottignola con Giorgio Diritti
Musiche Originali: Marco Biscarini & Daniele Furlati
Edizioni Musicali: Ala Bianca Group e Palomar
Scenografia: Ludovica Ferrario
Scenografia Alto Adige: Alessandra Mura
Costumi: Ursula Patzak
Wigs and Hair Designer: Aldo Signoretti
Make-up and Prosthetic Designer: Lorenzo Tamburini
Make-up Designer: Giuseppe Desiato
Fonico di Presa Diretta: Carlo Missidenti (A.I.T.S.)
Sound Design: Luca Leprotti e Marco Biscarini
Aiuto Regia e Casting: Barbara Daniele
Produttore Esecutivo: Francesco Beltrame
Producer Palomar: Marco Camilli, Luigi Pinto, Davide Nardini
Prodotto da: Carlo Degli esposti e Nicola Serra
Una produzione: Palomar con Rai Cinema
Con il sostegno della Regione Emilia-Romagna
In associazione con: Coop Alleanza 3.0., Demetra Formazione srl, Finregg spa ai sensi delle norme sul tax credit
In collaborazione con: Aranciafilm
Distribuzione: 01 Distribution

 

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