Volkswagen: un esempio tipo del liberismo sfrenato

Germania Volkswagen
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Il senso del “Dieselgate” come è stato definita la truffa della Volkswagen a danno dei clienti e soprattutto dell’ambiente negli USA e forse in altri paesi del mondo sta nella dichiarazione dell’Amministratore delegato dell’azienda di Wolfsburg, il signor Martin Winterkorn che oltre a chiedere scusa ha aggiunto «sono infinitamente dispiaciuto perché abbiamo tradito la fiducia di milioni di persone» [1].  Dispiaciuto, come se la serietà teutonica non avesse altre parole per affrontare un danno ambientale di queste proporzioni, ma soprattutto parla di “fiducia” che è un termine che si usa nelle relazioni con i clienti.

Il senso è proprio questo: da diversi anni a questa parte siamo sempre più dei clienti e non cittadini, titolari di diritti e doveri. Clienti che bisogna soddisfare, magari dopo aver provocato bisogni o esigenze. In questo caso gli undici milioni di macchine che, al momento, secondo il giornale inglese The Guardian, sarebbero coinvolti non sono una questione di relazione con i clienti, in azienda si direbbe un tema da CRM, perché quei veicoli si spostano nel tempo e nello spazio e le loro emissioni riguardano tutti i cittadini che in quel tempo e in quegli spazi erano e sono presenti.

Il senso di quanto accaduto sta proprio nel dominio delle grandi aziende che pur di inseguire profitti mettono in atto meccanismi fraudolenti anche in un paese, come la Germania, con una grande sensibilità verso l’ecologia. Un paese che da anni dispone di un impianto legislativo tra i migliori al mondo per la difesa dell’ambiente.

Il senso è lo stesso quando si riflette come fa bene Marco Bascetta sulla “filosofia” che c’è dietro, «la politica di austerità, i bassi salari e le restrizioni del Welfare, imposti all’interno così come agli altri paesi dell’Unione europea, il bisogno di mano d’opera straniera, sia pure forzato nei suoi tempi e nei suoi modi da una pressione migratoria senza precedenti (non dal buon cuore di Angela Merkel) e l’aggressiva politica di sostegno all’export, costituiscono un insieme piuttosto coerente anche se non proprio “esemplare”. E per nulla al riparo da catastrofici incidenti di percorso. […] Solo l’idea, alimentata dall’autocelebrazione del liberismo, che la competitività sia un meccanismo “pulito”, una que¬stione di “merito” e di efficienza, di capacità e di rigore, può farci accogliere con sorpresa lo “scandalo” Volkswagen» [2].

Non bisogna dimenticare per capire quanto sia predominante il teme degli interessi dell’azienda che la proprietà della Volkswagen appartiene ancora per il 20% al Land della Bassa Sassonia il cui governatore siede nel Consiglio di sorveglianza dell’azienda insieme ad un rappresentante sindacale che hanno avuto un atteggiamento più duro di quello dell’esecutivo federale.
La capacità di fare pressione di aziende della dimensione della Volkswagen impatta anche il potere politico e le sue capacità decisionali. Tanto per fare un solo e banale esempio sul tema controllo delle emissioni va ricordato che il limite delle emissioni di CO₂ delle vetture in Europa è di 5,6 litri per 100 km per la benzina e di 4,9 per il gasolio. Ma il calcolo è la media di tutte le auto nuove omologate e così i costruttori possono fare quello che vogliono con i suv o le macchine sportive purché abbiano a anche a listino modelli che riequilibrano i parametri come le auto elettriche. Del resto le Authority di molti settori, quando pensano di stabilire nuove regole acquisiscono pareri nelle audizioni dove le aziende sono ben rappresentate sia in termini numerici che in capacità “argomentativa”.
A proposito di politici al momento, fatta eccezione per i Verdi, tutto il Governo compresa la Cancelliera non sono proprio scesi sul piede di guerra, anche perché la Germania ha subito un danno di immagine ed economico importante. Il Ministro dei Trasposrti tedesco si è affrettato a smentire quanto scritto dal quotidiano Die Welt: che sostiene che il Governo tedesco sapeva da mesi.

Non basta accantonare 6,5 miliardi di euro per riparare i danni ritirando veicoli e rendendoli a norma. Non basta l’impegno a fare presto e in totale trasparenza. Non basta che le Autorità americane possano comminare una multa fino a 18 milioni di dollari per il comportamento dell’azienda tedesca. L’ad Martin Winterkorn avrebbe per prima cosa avrebbe dovuto dimettersi o essere dimissionato senza aspettare il Consiglio di oggi, senza scusanti e senza nessuna liquidazione faraonica come probabilmente accadrà e come è accaduto in tutte le grandi multinazionali che si sono trovate, per vari motivi in situazioni di crisi profonda.
Per tutto il resto è una questione di sistema politico-economico e non solo tedesco.
Pasquale Esposito

[1] “Volkswagen, Die Welt: “Berlino sapeva. Ma il Ministero dei Trasporti smentisce”, http://tg24.sky.it, 22 settembre 2015
[2] Marco Bascetta, “Il modello tedesco”,  www.ilmanifesto.info, 22 settembre 2015

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