Volterra. Armando Punzo con la Compagnia della Fortezza decostruisce il carcere

Carcere di Volterra Compagnia della Fortezza
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Ma tu la cambieresti la tua situazione con la mia? Io ti do la mia carrozzina e tu mi dai i tuoi anni di carcere”.

Questa è stata la domanda che ho posto a P. uno dei detenuti attori che nel carcere di Volterra compongono la Compagnia della Fortezza, creata, animata e diretta ormai da trent’anni dal regista, attore e drammaturgo Armando Punzo.
La risposta è stata di quelle che lasciano il segno. “Il problema non è la galera o la carrozzina, ma quanto ognuno di noi è libero dentro”.

Questo è stato pressappoco l’inizio della conversazione con un gruppo di detenuti – artisti della Compagnia.
D. ha aggiunto che in Italia in carcere tutti conoscono il lavoro che Armando Punzo porta avanti, e tantissimi vorrebbero andare a Volterra. Perché lì è un’altra cosa. A Rebibbia da dove arriva lui, ci sono moltissime domande di trasferimento. T. ci racconta che lui è timido. Così quest’anno ha iniziato a lavorare con la Compagnia della Fortezza, per conoscersi meglio, per crescere. Si è diplomato liceo artistico, seguendo le lezioni all’interno del carcere. Quando non recita lavora come cameriere in un ristorante della città.
Oltre al liceo artistico, al carcere di Volterra, ci sono anche corsi per il diploma di scuola media, l’alberghiero e agraria. L. invece si è laureato al Dams di Pisa dando gli esami su Skype. La tesi era sul cinema neorealistico.
V. si è unito alla discussione è ha sottolineato che in altre carceri ci sono sei/otto brande in ogni cella, mentre a Volterra le celle sono singole.

Non è difficile capire le motivazioni di questo sovraffollamento. Attualmente i detenuti in Italia sono 54.841 al 30 giugno, mentre i posti letto a quella data erano 50.900. Però quest’ultimo numero non tiene conto delle sezioni attualmente chiuse perché inagibili. Quindi ci sono all’incirca 8mila detenuti in più rispetto alle disponibilità. In questo contesto si suicidano circa 50 persone all’anno. I casi sono oltre 10 volte in più rispetto alla popolazione libera secondo le stime dell’Associazione Antigone, che si occupa dei diritti dei detenuti.
È bene ricordare come fa Stefano Anastasia che in Italia ci sono almeno 30mila persone in carcere per il fenomeno che Alessandro Margara, magistrato di sorveglianza che è stato anche capo dell’amministrazione penitenziaria, definiva di “detenzione sociale”. Si sta in carcere per piccoli reati, per condizioni più che altro di irregolarità sociale.

Che Volterra sia una realtà particolare me ne sono accorto subito non appena varcato il portone. Passati i primi controlli della polizia penitenziaria, sempre discreta e gentile, mi sono venuti incontro due giovani uomini, che poi ho capito essere detenuti. Hanno spinto la mia carrozzina per l’impervia salita che portava al cortile interno, cuore pulsante del teatro di Armando Punzo e della Compagnia della Fortezza.
Entrare in quel cortile, in quei luoghi teatrali, che sono anche i luoghi del carcere è disorientante.
Improvvisamente tutte le retoriche, gli immaginari più retrivi sui luoghi di detenzione crollano, e sorge spontanea la domanda: Dove mi trovo?
Detenuti, attori, collaboratori e collaboratrici, guardie, sembrano convivere in un vivace andirivieni, dove si perde la capacità di distinguere tra detenuti e visitatori. O meglio, capisci che le donne presenti non fanno parte della popolazione carceraria perché Volterra è un penitenziario maschile.

Ed è uno dei pochi carceri dove il consumo degli psicofarmaci è ridotto pressoché a zero e non ci sono suicidi. Nelle altre realtà penitenziarie invece è solo grazie ai farmaci che si sopravvive.
I visi che ho osservato in cortile erano sorridenti e rilassati. Si notavano i colori sgargianti dei costumi di scena, i gesti ripetuti, meticolosi, degli attori durante le prove, la grande cura di ognuno.

Carcere di Volterra prove Naturae
Carcere di Volterra. Paul Cocian in attesa delle prove. Foto Francesco Lorusso 2022

A Volterra non si sopravvive, si vive.
L’arte è il collante che unisce i diversi protagonisti in campo.
A nessuno sembra interessare quando scade il fine pena di chi, quali tipi di reati siano stati commessi. A tutti interessa il chi si è delle persone, il lavorare a un progetto comune che è il prodotto artistico. Armando Punzo lo ha ribadito più volte. Lui non è a Volterra per salvare chicchessia, è lì per fare arte. Concepita come strumento per andare al di là dei propri limiti, al di là dell’umano con i suoi vizi.
Quello che interessa ad Armando Punzo è il movimento che l’attore fa nei suoi esercizi teatrali: abbandonare la propria posizione, con tic, manierismi, affettazioni, cercare la posizione del neutro, e da lì partire per interpretare nuove storie, nuovi personaggi che abbandonino vecchi ruoli, vecchi copioni, e sappiano farsi promotori e cercatori del bello. Perché come dice Punzo a conclusione del nuovo spettacolo con la Compagnia della Fortezza Naturae – la valle della Permanenza,

C’è solo questo spazio. C’è solo questo tempo. Spazio delle infinite possibilità, un presente parallelo che ricrea la vita. L’ombra si ricongiunge con il sole, la goccia rientra nel mare”.

Armando Punzo è riuscito a realizzare e vivere una vera e propria utopia a Volterra. Ha trasformato uno dei peggiori carceri italiani in un raffinato laboratorio di ricerca teatrale, all’avanguardia in Europa.

Carcere di Volterra. Pascale Piscina e Armando Punzo durante le prove di Naturae. Foto Francesco Lorusso

Un tempo Punzo ebbe a dire: “Del carcere non mi interesso, non sono un assistente sociale, un educatore, uno psicologo, come non mi interesso di tutta la realtà per quella che è. Eppure ho potuto fare molto di più di quelli che se ne interessano”.
Ma che cosa è necessario, qual è il prezzo da pagare per realizzare questo bello? È sempre Punzo a indicarlo. Non ha senso parlare di prezzo quando le nostre azioni sono frutto di una libera scelta.
Bevo le sue parole pronunciate con calma passione e lo vedo allontanarsi con un’eleganza che lo fa assomigliare a una figura a metà strada tra un anarchico e un danzatore sufi. Anarchico perché è convinto che l’individuo debba trovare dentro di sé la cifra del proprio arbitrio, e debba andare al di là delle convenzioni e consuetudini che addormentano la sua capacità di aspirare al bello. Un danzatore sufi perché gesti e parole rimandano a una danza in cerca del sacro, da intendersi come ciò che è importante nella vita.

È stato Andrea Salvadori, compositore delle musiche di Armando Punzo, per cui ha vinto un premio UBU, a indicare che per conquistare il bello a cui assistiamo tra le mura della Fortezza, è necessario evitare l’assenza. Quel luogo della realtà che è il carcere deve essere continuamente presidiato. Altrimenti il carcere rimangerà tutto ciò che è stato acquisito.

Cinzia De Felice, direttrice organizzativa della Compagnia, mi ha ricordato che ogni conquista in carcere è frutto di un lungo e faticoso lavoro di mediazione tra le esigenze dell’arte e la cultura penitenziaria del controllo. Lo ha detto mostrandomi lo spazio dove sorgerà il primo teatro stabile d’Italia interno a un carcere. Un progetto che Armando Punzo insegue ormai da più di vent’anni. Un’altra delle sue idee folli che si sta trasformando in realtà.
Altri ne verranno se la legge in discussione in parlamento sulla realizzazione di un teatro in ogni carcere verrà approvata.
 Gianfranco Falcone

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