“Vulnerabile bellezza” di Manuele Mandolesi: una videocamera sa rendersi poesia

una famiglia di terremotati
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Con il documentario “Vulnerabile bellezza”, vincitore nella categoria “Miglior documentario” del Premio Globo d’Oro 2020, il regista Manuele Mandolesi immortala sul nostro schermo del PC, televisore o quant’altro oggi ci permetta di vedere ciò che, tuttavia, non possiamo “sentire”, una realtà particolare e per noi lontana, pur nella sua attualità ed estrema vicinanza: quella dei terremotati umbri, marchigiani e laziali a distanza di anni da quel fatidico evento sismico.

Ho insistito sul termine “sentire”, ponendolo tra virgolette, perché credo che proprio in questo lemma risieda la specialità, e dunque il senso, forse lo scopo profondo del regista. È cosa comune, infatti, riflettere sulla condizione in cui tuttologi vivono moltissime famiglie sfollate a causa del sisma, ed è (o almeno tutti, un po’ superficialmente forse, speriamo che sia) cosa altrettanto comune tentare di fornire loro il nostro supporto materiale e la nostra vicinanza.

Eppure empatia, io credo, non sempre significa “sentire” davvero. “’Sentire’ che cosa?” Potreste chiedermi. “Sentire” il dramma, forse, l’inquietudine profonda di una serenità perduta in una casa distrutta, o ancora il peso sul petto di un futuro incerto e di un passato che si deve al tempo stesso ricordare e lasciare alle spalle; forse “sentire” dentro di noi, dal comfort del nostro divano, la speranza e la voglia di ricostruire trovando una forza nuova. Mandolesi ci ha dimostrato, attraverso la testimonianza della videocamera, che ci è possibile “sentire”, e che questo sentire di 75 minuti può restarci dentro per molto più tempo.

Il tempo nel documentario di Mandolesi viene dilatato, amplificato, deformato attraverso la dolcezza del paesaggio e delle melodie, lasciando però allo spettatore, insieme a questo senso di tepore tutto italiano, la violenza dell’attesa e dell’incertezza. Infatti la vicenda dei protagonisti, una giovane famiglia composta da Michela, Stefano e i figli piccoli Diego ed Emma, è una storia di lenta ma tenace ripresa che va dalla primavera 2017 alla primavera 2018, sullo sfondo (che tuttavia è sempre e al contempo un primo piano) del lascito del terremoto che nell’Agosto ed Ottobre 2016 ha lesionato 87 Comuni, portandosi via irrimediabilmente la loro casa ad Ussita, nel Marchigiano. Per questi due giovani allevatori, tuttavia, nulla è irrimediabile, e l’amore per gli Appennini e il senso di profonda di comunione con la loro terra li conduce a ritrovare la speranza e a rimboccarsi le maniche nel tentativo di ritrovare una stabilità, domiciliare e lavorativa, che sembra non arrivare mai.

Vulnerabile bellezza. Davanti casa

Bungalow, campeggi, tende, casali e ancora campeggi: la videocamera di Mandolesi ci mostra la precarietà della vita di Michela e Stefano, e con la loro quella degli oltre 41 mila cittadine sfollati che ancora oggi vivono nelle cosiddette SAE, Soluzioni Abitative di Emergenza. Piccoli squarci significativi della loro quotidianità permettono all’osservatore sensibile di percepire il disagio, psicologico e reale, talvolta lieve talvolta esasperante, che questa realtà comporta: Stefano che si rade la barba attraverso il finestrino dell’auto, i maglioni di Michela accatastati in una scatola identificata grazie alla scritta “maglioni donna”, lo sguardo mesto (ma non sorpreso) dei piccoli durante l’ennesimo trasloco, e ancora i pranzi con i nonni all’esterno perché la casa del momento è troppo poco spaziosa e gremita di scatoloni, Michela e i bambini inquadrati dopo la doccia in accappatoio di ritorno al bungalow. Tutte immagini che non trapelano disperazione, e non vogliono farlo. La loro forza, infatti, è proprio la mancanza di volontà nel mostrare, ponendovi l’accento, il dramma, e proprio per questo lo esprimono nella sua profonda enormità. Gli attori, infatti, non sono attori e ciò che si limita a documentare in realtà ci permette di fare un balzo all’esterno del nostro confort e provare amarezza, inquietudine e tristezza nel vedere sullo schermo un paesaggio così bello logorato dalle macerie e dalla difficoltà.

Eppure, il paesaggio rimane bellissimo, e le macerie, metaforicamente e non, gli fanno da sfondo senza riuscire ad oscurarlo. Ed è questo sentimento di bellezza e gratitudine che trapela dal cuore della giovane famiglia, passando dai nostri occhi attraverso Mandolesi e arrivando fino ai nostri sentimenti, che ci impedisce di spegnere il PC con addosso soltanto quel senso di impotenza che le calamità naturali portano con sé. Michela e Stefano infatti non cedono alla tentazione di abbandonarsi allo sconforto, ma grazie alla donazione di un privato (im)pazientemente attendono la costruzione della loro nuova casetta di legno e della stalla per le loro greggi. Rivitalizzare l’economia locale attraverso l’allevamento e la valorizzazione territoriale è l’obiettivo con il quale desiderano e sparano di disegnare un futuro migliore, per se stessi e per le nuove generazioni.

Vulnerabile bellezza. Michela e Stefano in macchina

E così, come il soldatino di piombo che nella fiaba viene sballottato dal Fato e dalla corrente a bordo di una barchetta di carta e poi nella bocca di un pesce, allo stesso modo il “lupo”, il sisma, soffia via la casa dei “porcellini”, lasciando che il caos e il destino la facciano da protagonisti. Mandolesi ci mostra però che, per quanto la vita possa sembrare irrimediabilmente abbandonata al caos, è sempre possibile riafferrarla al volo e ritrasformarla, con la propria determinazione, in una partita ancora tutta aperta. E dunque, se il soldatino sceglie il proprio destino congiungendosi eternamente con la sua amata nel fuoco del camino, allo stesso modo Michela e Stefano scelgono di ricongiungersi con la terra benevola che gli portò via tutto, nel loro piccolo mostrando al mondo che, anche quando ci si sente (e di fatto si viene) dimenticati e la ricostruzione tarda ad iniziare, non è mai impossibile smettere di sperare.
Carola Diligenti

Vulnerabile bellezza

Genere: Documentario
Paese: Italia
Anno: 2019
Durata: 75’
Lingua originale: Italiano

Regia e sceneggiatura: Manuele Mandolesi
Fotografia: Gianluca Gulluni
Montaggio: Fabio Bianchini Pepegna
Suono: Roberto Colella, Michele Boreggi
Musiche: Alessandro Apolloni
Società di produzione: Respiro Produzioni
Con: Michela Paris, Stefano Riccioni, Diego e Emma Riccioni

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