Western Stars, il film di Bruce Springsteen

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L’operazione – anche commerciale – Western Stars, passata da un grande disco e diventata la versione live di quel disco, si è conclusa al cinema, con successivo e inevitabile dvd natalizio.

Quando sono uscito dalla sala dopo la mia doppia visione di questo primo film della carriera di Bruce Springsteen, frastornato da tanta bellezza, ho avuto netta la sensazione del testamento artistico. Ho subito pensato alle Anime Salve di Fabrizio De Andrè. Sappiamo perfettamente che non è così, ma se questo film fosse il suggello di una carriera rock straordinaria, non ci sarebbe nulla su cui recriminare. Null’altro da pretendere da questo rocker celeberrimo e dai suoi 70 anni splendidamente portati. Al punto che la domanda successiva che mi è venuta in mente è proprio cosa potersi aspettare da lui al già annunciato prossimo passo, dopo aver sfornato un progetto di tale portata filosofica. Un progetto che definirei “finale”.

Bruce ci apre il fienile di casa, arredato con gusto grazie ad una valorizzazione del legno antico da far invidia a un boscaiolo austriaco (gli amatori avranno notato il banco bar), e lo riempie con tutti gli spiriti della sua tribolata vita. Aprendo quel fienile ci svela tutte le sue magagne interiori. Mette realmente a nudo la sua vita privata, i suoi contrasti con quella della rockstar che siamo abituati a veder sudare sui palchi di tutto il mondo da più di 45 anni. Ci parla della sua incapacità di gioire, di relazionarsi con l’amore. Ci svela di essere più avvezzo al dolore che all’amore. Sembra impossibile che abbia avuto tutti questi problemi psicologici, essendo stati spettatori fedeli della sua carriera da vicino per molti anni, ma evidentemente il successo, i soldi, gli amici, gli amori, persino i figli, non hanno saputo pacificare del tutto una personalità geniale e complicatissima. Non sono cose che non sapessimo, soprattutto dopo la lettura dell’autobiografia del 2016, ma si tratta di certo di una delle più sincere confessioni pubbliche che una star mondiale abbia mai fatto. E oltre a parlare di tutti questi contrasti, sullo sfondo di immagini epiche del Joshua Tree, fra vecchie auto e cavalli selvaggi, Bruce mette dentro quel fienile una band ed un’intera orchestra d’archi. E ci risuona tutto l’album. E il disco riprende vita e diventa ancora più bello, più vero, come era naturale che fosse nell’esecuzione live. Introducendo ogni brano Bruce ci fa capire ancora meglio dove volesse arrivare. Emerge lampante il fatto che un briciolo di speranza sia affidato alle sole Tucson Train e Sleepy Joe’s Cafè, mentre tutto il resto è lo sguardo della vecchiaia su una vita consumata, sbagliata e troppo spesso gettata.

BRUCE SPRINGSTEEN in WESTERN STARS, a Warner Bros. Pictures release. Copyright: © 2019 WARNER BROS. ENTERTAINMENT INC. Photo Credit: Rob DeMartin

Una visione dura, messa in scena con la chiave della grande passione per il western classico, che emerge anche con la citazione esplicita di Sergio Leone. La sua mano che all’inizio è poggiata sul volante dell’auto nel deserto, alla fine viene raggiunta da quella di Patti, a significare come in questo mare di incertezze e ferite, l’unica via d’uscita rimanga abbandonarsi all’amore di chi ci vuole bene per superare la notte e incontrare un nuovo mattino. Si diventa persone migliori, dopo aver visto questo film. L’unico rammarico è il pensiero di cosa avrebbe potuto essere quanto accaduto dentro quel fienile se fosse stato portato in tour. Invece pare che avremo ancora dosi massicce di cori inneggianti i giorni di sole. Ma ci accontenteremo. Il viaggio non è finito, pellegrini.

Marco Quaroni

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