Weyes Blood, Giovanni Battaglino, Kendrick Lamar e The National

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Cosa hanno in comune Weyes Blood, Giovanni Battaglino, Kendrick Lamar e The National. Nulla. Buona musica. Differenze notevoli che possono avviare nuove passioni per chi non li avesse mai ascoltati o rinverdire quelle presenti.

Questi appunti per l’ascolto partono dalla cantautrice di Santa Monica, Natalie Mering e del suo progetto solista, Weyes Blood. Siamo al quarto album, Titanic Rising che nonostante le questioni, spesso drammatiche e il titolo ne è un manifesto, ci invita a resistere e a provare a guardare con un po’ di ottimismo. Lo spartito sonoro ha molto di orchestrale, con apertura verso l’ambient con un ampio uso di sintetizzatori, di archi e non mancano riferimenti al folk degli anni ’70 e momenti di grande pop come A Lot’s Gonna Change. Il risultato finale è di grande impatto per diverse soluzioni creative tutto favorito da una voce soave.

Dalla California torniamo a casa nostra, a Torino per la precisione. Giovanni Battaglino, dopo anni di molteplici attività che vanno dalla musica, anche sinfonica, al teatro ai lavori sulla Resistenza italiana, ha pubblicato il suo primo album, Alla porta dei sogni con 12 canzoni cantautoriali (la tradizione di Faber) che si poggiano su note leggere jazz, rock, folk e la montagna che ha influenzato la sua musica, come ha detto in una sua intervista. Splendida la breve e arpeggiata title track
Non ti assicuro certezze
Neanche felicità
Posso lasciare che sia ed accompagnarti fin là
Dove la notte non conta neppure il tempo che hai

Facciamo un passo indietro, torniamo al 2015 per ascoltarci un capolavoro di Kendrick Lamar. Il suo rap, sarebbe meglio la sua musica, ha raggiunto subito una sofisticata creatività musicale e lirica che non ci si può esimere dall’ascoltarlo. To Pimp A Butterfly era solo il suo secondo disco e aveva lasciato il segno.
Come ha scritto Michele Boroni a suo tempo si tratta di «un caleidoscopio sonoro che non insegue la moda dei facili suoni sintetici e EDM (electronic dance music, ndr), tanto cari oggi ai rapper, ma attraversa tutta la black music: dalla funkadelia (George Clinton è l’ospite dell’iniziale “Wesley’s theory”) al jazz stratificato di Mingus (“U”) e di Steve Coleman (“The Blacker The Berry”), dalla poesia spoken word (“For Free?”) all’elegante hip-pop funk à la Q-Tip (“These walls”)». E non è solo questo, ma basterebbe.

Passiamo ora ad un ritorno, quello dei The National con I Am Easy To Find. L’ottavo disco in studio del il quintetto dell’Ohio è stato ben accolto dalla critica anglosassone e come potrebbe essere altrimenti: basta ascoltare la title track con quel suo pianoforte classico “disturbato” da percussioni sincopate e il coro. Un manifesto di sonorità dove si sono sapientemente amalgamate elettronica, rock e classica. Nelle sedici tracce, ancora di più, si avverte un incedere di eleganza, favorito dal cantato femminile di varie nazionalità (Gail Ann Dorsey corista e bassista di David Bowie, Sharon Van Etten, Lisa Hannigan, Kate Stables, Mina Tindle ed Eve Owenche) affianca quello di Matt Berninger e frutto di un lavoro di ricerca costante.

Non vi curate di noi e ascoltate.
Ciro Ardiglione

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