Words, un elogio alla scrittura attraverso gli scatti di Luisa Menazzi Moretti

Words Luisa Menazzi Moretti
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Quando le parole non bastano intervengono le immagini, entrambe protagoniste di Words, la personale fotografica di Luisa Menazzi Moretti inaugurata il 4 settembre a Napoli, nelle sale del Complesso di San Domenico Maggiore. La mostra, curata da Denis Curti, continuerà fino al 9 ottobre ed è patrocinata dal Forum Universale delle Culture – manifestazione di respiro internazionale per la diffusione del linguaggio tra i popoli –  al quale si connette attraverso due grandi tematiche: Conoscenza e Diversità Culturale.


Words #08 Per Bacheca, 2012. Foto Luisa Menazzi Morettisepara_didascalia.gif

Words è una serie di fotografie di parole che si stavano perdendo o che si sarebbero potute perdere, e che invece volevo fermare poco prima della loro inutilità, prima che cambiasse la luce, si sovrapponesse una voce, si strappasse il foglio, si voltasse la pagina. Ho proposto una selezione di queste fotografie di parole che ho cercato di sottrarre alla perdita, ad amici e a persone che stimo: professionisti che lavorano con le parole, ne scrivono ogni giorno di nuove per raccontare, approfondire, descrivere, riflettere, trascrivere il loro sguardo sulla realtà – afferma l’artista originaria di Udine e docente di lingua inglese, che ha deciso di accompagnare le proprie immagini con i testi di Alberto Abruzzese, Francesca Bertoli, Francesco Bonami, Noemi Calzolari, Chiara Carminati, Paolo Coltro, Denis Curti, Leandra D’Antone, Stefano de Asarta, Elio De Capitani, Gabriele Frasca, Piero Maestri, Yamina Oudai Celso, Paolo Patui, Daniele Pitteri, Fausto Raschiatore, Paolo Rossi, Caterina Sagna, Tiziano Scarpa, Roberto Serra, Marisa Sestito, Luigi Maria Sicca, Susan M. Stabile.

Una mostra che lotta contro la caducità del tempo, con lo scopo di fermare l’istante il cui senso, una volta vissuto, andrebbe inevitabilmente disperso e che scrittori ed autori hanno accompagnato con brani inediti, con parole nuove: rime, riflessioni e considerazioni che traggono spunto dalle fotografie in esposizione; ogni contributo rappresenta la possibilità di edificare una nuova storia, di costruire un percorso inteso come il prolungamento delle parole scelte, affinché il loro significato non vada smarrito nel tempo.
Le parole in libertà di Luisa Menazzi Moretti si propongono come ritagli, frammenti, interruzioni di testi sfuggite a libri, opere teatrali, annunci pubblicitari, fogli di giornale, diari segreti; pensieri quotidiani spesso cercati e fortemente voluti, altri invece trovati per caso, che l’artista ha deciso di immortalare perché non svanisse la loro storia, né andasse perduto il loro potere evocativo. Il close up fotografico dell’autrice provoca nello spettatore una forte empatia: attraverso le immagini ed i testi ad esse associati, egli sviluppa – inconsapevolmente – associazioni intellettive ed emotive con quelle esperienze realmente vissute e la cui storia non appartiene più soltanto a chi l’ha resa visibile, ma, aprendosi al valore simbolico della scrittura, si fa racconto, testimonianza collettiva.


Words #15 Per Ufficio, 2012. Foto Luisa Menazzi Moretti
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L’artista opera – dunque – un parallelismo tra linguaggio fotografico e letterario, ne esplora le tracce visibili ed invisibili (il ricordo), entrando a far parte, per un certo verso, della Narrative Art, un filone dell’Arte Concettuale diffusasi nella seconda metà degli anni ’70 del XX secolo che, attraverso lo scatto fotografico e la scrittura, tenta il recupero del tempo, dei cosiddetti “cassetti della memoria”- talvolta individuale (autobiografica), talvolta collettiva. Le due pratiche artistiche, pur convivendo nello scopo finale, appartengono a due linguaggi differenti; pertanto, le immagini e i testi saranno riuniti soltanto nel pensiero, in un percorso concettuale costruito grazie alla partecipazione emotiva dello spettatore.
Decontestualizzazione, memoria, punto di vista personale ed elemento accidentale sono gli ingredienti essenziali che costruiscono l’opera della Menazzi Moretti. La casualità risulta fondamentale nell’atto della creazione artistica e si rende manifesta con il focus su un termine specifico estrapolato dal testo teatrale, dall’annuncio o dalla pagina di un diario; quest’ultimo viene allontanato dal suo territorio di appartenenza per rinascere e rivivere nell’immaginazione di colui che in quel preciso istante lo legge e lo decodifica, attribuendogli il potere di mettere in scena una storia nuova.

Un omaggio alla scrittura, nelle sue forme e molteplici significati. Le parole non sono mai d’immediata lettura; vengono fuori dagli angoli, da piccole fessure e margini nascosti, spesso aiutate da elementi apparentemente casuali (un petalo di rosa rossa, un fascio di luce, un foglio spiegazzato), a significare che tutto ciò che cattura l’attenzione dei sensi non riguarda solo la dimensione del visibile più immediato; ma, come sosteneva Maurice Merleau-Ponty: L’essenza propria del visibile è di avere un doppio di invisibile in senso stretto, che il visibile manifesta sotto forma di una certa assenza.
Ogni visibile, insomma, necessità dell’invisibile per esistere. Ed è a partire dalla forza di questo assunto che Luisa Menazzi Moretti riesce a creare e fotografare, attraverso la convivenza simultanea di “tempo esterno” e “tempo interno”, un terzo tempo, un tempo altro, in cui il confine  tra tangibile e intangibile non è più così distinto. Le parole di Denis Curti, il curatore della mostra, lo confermano: Ogni opera d’arte credo ottenga il proprio risultato, parlare la lingua del proprio presente, quando dal proprio tempo riesce a costruire un altro tempo. Un tempo che è come uno specchio a due facce. Una guarda indietro e una guarda avanti. Lo spessore dello specchio è la contemporaneità, che dura un istante per sempre.


Words #28 Per Romanzo d’amore, 2012. Foto Luisa Menazzi Moretti
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Per romanzo d’amore, testo di Yamina Oudai Celso:
Sapevi, temevi, fremevi. Speravi che un giorno sarebbe accaduto. Lo sbirciavi tra le pagine dei tuoi feticci libreschi, lo intuivi dalle cadenze di versi sublimi. Quanti poeti studiati, quante sinfonie, canzoni o violini ti hanno cullata, impaziente adolescente sognante, prima che la realtà erompesse da quelle pagine grondanti? Ovunque, da quadri, sculture, visioni, sequenze del cinema e non, sembrava occhieggiare il fotogramma saliente del film della tua esistenza. Finché, altera e languida come un felino proteso al sole, ti ha còlta il fendente squisito della passione. Balsamo e veleno, pienezza e privazione. Lo stomaco che fluttua come un astronauta in assenza di gravità. Il tango vorticoso della dopamina e il minuetto subdolo dell’ossitocina. Misteri e delizie dei neurotrasmettitori. Due occhi più azzurri degli altri, Parigi e l’androne di un hotel particulier, i tendaggi cremisi di una stanza, gli specchi lucenti di pelle abbagliante. Dettagli, agiografie, mitologie: materia casuale dell’unico universale Romanzo. Nulla resta più identico, dopo che il fiume della vita ha rotto gli argini. Da allora, nel volteggiare di ogni nuova habanera, da Carmen impavida e saggia duellando sussurri: “Si je t’aime, prends garde à toi”.
Angelica Falcone

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