Yiddish: una cultura europea (quasi) dimenticata

Polonia Varsavia ghetto ebraico
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Il 27 gennaio del 1945 si aprirono i cancelli del lager di Auschwitz e i soldati dell’Armata Rossa che vi entrarono per primi, non poterono fare altro che raccogliere i poveri resti umani degli internati ed inumarli insieme alla polvere – o forse ormai al ricordo – di quella che fu una importante piattaforma di sapere e conoscenza europea: la Cultura Yiddish.

Forse per la maggioranza rimane una semplice parola, quasi impronunciabile, e proprio loro vorrei accompagnare in questa breve ricostruzione storica – priva di pretese accademiche – in quella piccola-grande bolla linguistica culturale unica nel suo genere.

La lingua yiddish è una lingua del ceppo germanico che si è sviluppata intorno al XIII secolo nell’Europa centrale per poi approdare, in seguito alle persecuzioni e ai naturali flussi migratori, nei territori oggi corrispondenti alla Polonia e alla Lituania.
In sostanza, si trattava della commistione di diversi dialetti tedeschi parlati e intesi quasi esclusivamente dalle comunità ebraiche. Si stima che circa dodici milioni di persone la parlassero e la scrivessero fino all’inizio della seconda guerra mondiale.
A tutt’oggi la cultura e la lingua yiddish rimangono vive negli Stati Uniti d’America ed è praticata da circa tre milioni di persone.
Occorre subito dire che quello yiddish è uno spazio culturale costruito da un popolo che non ebbe, suo malgrado, uno Stato e quindi di una Patria. Infatti quasi tutte le opere letterarie hanno come sfondo un piccolo microcosmo nel quale pulsa la vita delle comunità ebraiche: lo shtetl, cioè il villaggio.

Nella loro emarginazione sociale e culturale voluta dal mondo cristiano e non solo, queste comunità seppero – a livello letterario – proporre un quadro completo della vita della loro gente comune ed infatti le storie riguardano contadini, mercanti, artigiani, medici, profittatori… ma tutto e tutti legati da un sottile filo rosso: l’ironia.
In questo sforzo immane di voler vedere solo l’illusorio rovescio della medaglia, un posto importante lo ha rivestito il Chassidismo, un movimento di massa basato sul rinnovamento spirituale dell’ebraismo ortodosso sviluppatosi fra gli ebrei ashkenaziti (quelli cioè stanziati tra l’Europa centrale e quella orientale), il quale ha promosso la volgarizzazione della Kabbalah (cioè l’insieme degli insegnamenti esoterici dei rabbini) permettendo alle classi più povere ed illetterate di entrare in contatto con l’aspetto sacro e misterioso della fede.

All’interno di quei ghetti infernali nacque quindi un umorismo pungente, autoironico, ricco di aforismi e di battute che non ammettono repliche, come se tutto ciò li avesse potuti difendere da quello che li circondava.
Meglio arrivare in ritardo in questo mondo, che in anticipo nell’altro”.
Un concentrato di saggezza che forse racchiude il senso di questa Cultura.

Purtroppo quell’ umorismo a volte criptico, quella satira urticante contro tutto e tutti, non venne ovviamente né capita né apprezzata anzi, peggiorò la situazione, e l’ebreo, in generale, cominciò ad essere rappresentato non solo come un essere umano spregevole, bensì sotto forme animali possibilmente le più infide e scostanti.

Un train de vieGli esempi che ci vengono offerti dalla letteratura sono innumerevoli; già Shakespeare ci consegna uno Shylock simile nei comportamenti ad un lupo mannaro, ed anche il grande Heinrich Heine, dopo la conversione dall’ebraismo al protestantesimo come unico mezzo per una vita decente nella società tedesca pre Romantica, nelle sue “Melodie ebraiche” [1] il principe di Israele viene trasformato con un sortilegio in un cane, e quando “Kafka trasformò l’ebreo in un ripugnante insetto non fece che riprodurre la realtà, la condizione ebraica esposta all’antisemitismo razziale. Stabilire la subumanità dell’ebreo, la sua animalizzazione in un parassita, fu fondamentale per il compimento della Shoah, poiché risultò funzionale ad allontanarlo dalla comunità umana” [2].
Ma quella piccola roccaforte circondata da modeste assi di legno a delimitarne il traballante perimetro, lo shtetl appunto, non rappresentò soltanto un rifugio fisico, materiale, l’estremo nascondiglio dove vivere, bensì cominciò ad assumere al termine della Prima Guerra mondiale la figura di un ultimo approdo dell’anima, forse l’unico accessibile, per quegli uomini di cultura ebrei ora totalmente privi dei punti di riferimento che comunque l’Impero Austro-Ungarico era in grado di garantire.
È il caso dello scrittore Joseph Roth (l’autore cioè di “La tela di ragno”, “La cripta dei Cappuccini”, “La marcia di Radetzky”, “Giobbe. Romanzo di un uomo semplice”, “La legenda del santo bevitore”) il quale sebbene distante dalla cultura yiddish degli ebrei orientali, nell’ultimo periodo di vita (è morto nel 1939 alcolizzato) cercò di colmare il suo sbandamento e disagio esistenziale causato dalla trasformazione geopolitica dell’Europa, approdando al credo cattolico unicamente perché visto, in un complicato percorso possiamo dire di autosuggestione, come l’unico mezzo capace di fornire, al livello mentale, quelle ordinate certezze che pur in estrema precarietà poteva garantire lo shtetl.

Ad altre latitudini ed epoca diversa, sembra che il signor Allan Koenigsberg – in arte Woody Allen – abbia raccolto senza tanta difficoltà il testimone abbandonato da Roth e dalla sua generazione. Nato in una famiglia di lingua tedesca e yiddish, Allen è in grado di assorbire e rimescolare come in un grande frullatore tutta la tradizione culturale degli ebrei dell’Est Europa restituendoci in un distillato purissimo tutta l’irriverenza e quel senso di smarrimento che ha ogni uomo davanti ai grandi momenti della vita.
Come non ricordare la celeberrima frase pronunciata nel film “Io e Annie” del 1977, “Dio è morto, Marx è morto, e anch’io non mi sento tanto bene”? E la pratica e sintetica soluzione comportamentale di fronte al crollo dei miti è quella di prendere tutto con ironia, magari sorridendo ma, più che altro, facendo sorridere.

Ritornando alla realtà europea, dopo l’ecatombe della guerra che travolse la comunità ebraica, sembrarono essersi salvate solo le tradizioni yiddish ed il mondo accademico ne prese finalmente coscienza nel 1978 conferendo il Premio Nobel per la letteratura ad Isaac Singer.
Ebreo polacco naturalizzato statunitense, autore di racconti e romanzi in lingua yiddish, ricrea il mondo interiore dei personaggi ed il problema dell’identità in lotta tra i valori tradizionali e la invadente cultura dominante, poggiando l’intera trama narrativa dei suoi racconti su questo dualismo forse ineliminabile.
Ma ci regala perle di quell’antica saggezza tipica della cultura yiddish come quando nel corso del pranzo di gala per il conferimento del Nobel, confessò candidamente: ”Sono vegetariano per ragioni di salute: la salute del pollo” [3].

Forse a ben guardare non è soltanto la gioia di riuscire “comunque” a vivere o sopravvivere che modella la piattaforma culturale entro la quale spazia tutta la cultura yiddish; forse c’è dell’altro oltre la capacità di farsi beffa del destino.
C’è l’affettuosa leggerezza e una fede visionaria e giocosa a supportare il desiderio umano d’infinito. Provate a vedere in questo modo il quadro di Marc Chagall – ebreo russo di cultura yiddish prima di tutto e poi di tante altre – “La passeggiata”. Quel fenomenale olio su tela del 1917, dove il pittore tiene sua moglie per mano e la fa roteare nel cielo blu. È un inno alla gioia, alla felicità, alla contentezza di avere al suo fianco una donna, una donna amata come sua moglie. Qui è l’ottimismo il soggetto dominante che viene espresso con una scelta di colori vivaci e brillanti.

Una certa dose di gioia e felicità, sebbene sospesa tra follia e saggezza – elementi ricorrenti in quella cultura – è quella che ci offre Moni Ovadia, ebreo sefardita (cioè discendente della comunità ebraica residente in Spagna fino al XV secolo, termine mutuato dall’ebraico Sefarad con il quale si identificava la Penisola Iberica) che nei suoi spettacoli ci guida come un simpatico giullare in quel microcosmo che è il riso ed in genere la comicità ebraica.
Un riso che ci rende consapevoli dell’abisso sul quale ciascun uomo si trova sospeso e ce lo fa osservare prendendoci per mano mentre ci racconta storielle che ci fanno ridere ma che riaffermano, ancora una volta, il potere salvifico della parola.

Il compendio generale, quasi un riassunto di questa cultura ci viene poi offerto da un film rumeno di Radu Mihaileanu del 1988, con musiche di Goran Bregović.”Train de vie”.
La trama è molto semplice; in uno sperduto villaggio ebreo dell’Europa dell’Est giungono nel 1941 la guerra e le deportazioni. Così, per sfuggire all’ennesimo massacro, i saggi della comunità accettano il suggerimento del pazzo del villaggio (il meschugge, personaggio onnipresente in ogni storia drammatica o a lieto fine ambientata nello shtetl) e cioè organizzare un finto treno di deportati che li conduca in Palestina. Tra situazioni comiche e momenti drammatici, lo squinternato treno arriva invece in Russia dove buona parte dei fuggitivi decide poi di rimanere. È un film farsa, raccontato con il delicato umorismo yiddish dove convivono comicità, dramma e malinconia.
Ritroviamo, però, i personaggi tipici di quel microcosmo culturale; il mercante della comunità che, travestito da ufficiale tedesco, si immedesima a tal punto nella parte fino a dare ordini ai veri soldati tedeschi che li eseguiranno. Come non ricordare la scena nella quale il povero e malconcio sarto del villaggio, preso prigioniero e con la canna della pistola puntata sulla fronte, non resiste a toccare una manica della divisa e a complimentarsi con l’ufficiale tedesco per l’ottima qualità del tessuto!
Comicità caustica e paradossale che conferma ancora una volta la capacità di ridere anche sulle tragedie estreme come l’Olocausto.

In conclusione, ho toccato tanti punti di questa, forse, poco nota Cultura ma mi auguro di essere riuscito ad interessare i lettori e, se questo non fosse avvenuto, voglio congedarmi avvalendomi dell’aiuto fornito dalle frasi – in estratto – tratte dal testamento scritto forse dal più grande autore in lingua yiddish di novelle e romanzi umoristici e pubblicato sul New York Times nel 1916 anno della sua morte: Sholem Aleichem.
Quel documento conteneva precise istruzioni ai parenti su come voleva essere ricordato nell’anniversario della sua morte e cioè: ”Leggere il mio testamento e scegliere una delle mie novelle, ma di quelle molto felici… Fate che il mio nome sia ricordato con il riso o non ricordatelo affatto”. [4]

Stefano Ferrarese

Note:
[1] H. Heine “Melodie ebraiche” edizioni Giuntina a cura di Liliana Giacoponi
[2] Luca De Angelis “Cani, topi e scarafaggi” – Metamorfosi ebraiche nella zoologia letteraria, Edizioni Marietti
[3] Isaac Singer “Come mai Dio non è vegetariano?” Ed. Casagrande 2005, pag.53
[4] Davide Tamlaghtduff “Shalom Aleikem e il mondo Yiddish di ieri”, gennaio 2020

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