Zaha Hadid corre ancora con la stazione di Afragola

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È stata la prima donna-Architetto al mondo ad ottenere il Premio Pritzker, il massimo riconoscimento in Architettura, prefigurando una ascesa senza limiti nel firmamento della grande Architettura mondiale e di sempre, ed è, invece scomparsa immaturamente.
Lasciando un vuoto tremendo, ma testimoniando, al tempo stesso, attraverso le sue architetture fantastiche, un dinamismo personale così forte, da farla ritenere ancora più viva che mai.
La Stazione dell’Alta Velocità di Afragola è una delle sue opere recenti più esaltanti, perché dà l’esatta sensazione, più di altri esempi in merito, di cosa debba essere davvero il concetto dell’Alta velocità, nuovo paradigma contemporaneo.
Solo una struttura speciale per una nuova tecnologia della mobilità futura? O un salto architettonico vero e proprio rispetto a nuove funzioni contemporanee, che preludono agli automezzi che si sollevano, snobbando linee ferrate estremamente vincolanti, che volano, corrono sempre più liberi a velocità elevatissime?

un corridoio della stazione dell'alta velocità di Afragola
Afragola, stazione dell’alta velocità. Foto Michele Fiorillo 2017

L’Alta Velocità è già un primo vero passo verso il futuro, in voga da alcuni decenni nel mondo ed ora anche da noi. L’Opera di Zaha Hadid sembra volerci segnalare l’intero modo di novità che ci attende. In particolare anche nel Sud Italia (Afragola), territorio che ha una estrema necessità di muoversi e correre.
Peccato che le polemiche che hanno accompagnato ed ancora accompagnano la Stazione di Afragola, sembrano non cogliere il nuovo grande gesto di Zaha Hadid, e, quindi, non aiutano a prevederne le necessarie strutture di integrazione al territorio. Forse la difficoltà sta nel fatto che l’intervento di Zaha Hadid è troppo anticipatore per un territorio (in particolare meridionale), che deve esso stesso modificarsi, aggiornarsi, guardando ad un futuro più ricettivo, in termini di spazio vasto, nei confronti delle grandi ed ineluttabili modificazioni in atto.
Zaha Hadid è classificata, sui generis, all’interno dell’Architettura decostruttivista. Un modo per smontare le opere architettoniche moderniste e ricomporle secondo concetti più flessibili, più interni-esterni, translandoli rispetto alle loro semplici aspettative funzionali, e proiettarle in una nuova dimensione prossima, processuale evolutiva.
Il decostruttivismo di Zaha Hadid non è solo un’operazione geometrica, iper-sterometrica, ma soprattutto una mossa fisica-concettuale contemporanea, secondo la quale il volume assume significati molteplici, nello stesso tempo del suo svolgersi nello spazio, ampliandolo grazie alla sua velocità apparente.

stazione dell'alta velocità vista dall'esterno
Afragola, stazione dell’alta velocità. Foto Michele Fiorillo 2017

La Stazione di Afragola non si sviluppa in parallelo alle linee della ferrovia (anche altre Stazioni dell’Alta Velocità lo fanno: Tiburtina), ma passa sopra trasversalmente. In tale caso in modo assai più originale e nuovo nei confronti di altri esempi. Sinuosa, dinamica, in corsa, dando la sensazione di avvolgere la linea ferroviaria passandole anche al di sotto.
La sensazione è anche quella che la nuova Stazione scende dal treno in corsa, per abbracciare un territorio, che grazie ad essa, sembra diventare più grande.

interno della stazione dell'alta velocità ad Afragola
Afragola, stazione dell’alta velocità. Foto Michele Fiorillo 2017

I problemi di integrazione con il territorio ci sono ancora, tanto che molti paventano la prossima solitudine della nuova opera di Zaha Hadid, ma sfugge ai più che già la dinamica formale della nuova struttura offre tracciati formidabili per una diversa e nuova idea e figura territoriale.
La sensazione avvolgente del nuovo complesso è tradotta all’unisono, sia all’esterno, evidentemente, sia all’interno, dove la copertura è realizzata a gradoni discendenti, che sembrano voler abbassare verso il suolo, come un treno che plana verso il territorio. Alcuni hanno paragonato la copertura in fase discendente della Stazione di Zaha Hadid alla gradinata, in tal caso ascendente, della Villa di Curzio Malaparte a Capri, dove la costruzione, pur squadrata, sembra entrare in simbiosi con lo scoglio. Proprio grazie alla sua grande scalinata di accesso alla terrazza libera.
Qui, invece, nella Stazione di Zaha Hadid, la copertura interna a scala discendente sembra voler accompagnare verso il territorio libero, del quale entra a far parte integrante.
La luce filtrante verso l’interno, infine, è regolata con sistemi digitali, per sottolinearne la sensazione in movimento.

 

interno della stazione dell'alta velocità
Afragola, stazione dell’alta velocità. Foto Michele Fiorillo 2017

Il rovescio dell’Architettura contemporanea
È sempre opportuno ed intrigante, per meglio capire le cose fino in fondo, affrontare il dritto ed il rovescio di ogni manifestazione culturale. Capovolgendo le situazioni soprattutto se sono complesse, perché sono proprio queste a moltiplicare i punti di vista. Soprattutto quando le opinioni comuni cominciano ad oscillare su posizioni opposte.
(Forse in questo momento di passaggio storico stiamo perdendo l’abitudine di analizzare le tesi e le antitesi).
Ultimamente un’opinione pubblica diffusa guarda sempre più scettica ai grandi gesti architettonici come a voli pindarici senza contatti con il reale. O come espressione di un globale sempre più discutibile. Che qualche decennio fa sembrava la manna dal cielo, finalmente l’apertura dopo la chiusura, ed ora sembra una delle cause più probabili della crisi ambientale mondiale.
L’Architettura delle Archistars troppo frequentemente vola al limite, creando dubbi ed equivoci anche in direzioni inaspettate.
Autoreferenzialità degli Autori, ovvero dei Committenti, alla ricerca di rappresentazione pomposa del potere netto, ovvero di quello economico-finanziario? Con effetti di invasione impropria dello spazio totale, in termini di consumo di suolo, quindi di svilimento ambientale, e/o, peggio, a spregio delle difficoltà delle popolazioni che vi vivono con maggiore divaricazione sociale, oggi sempre più indistinta. È quest’ultima l’ipotesi più grave, proprio se si considera che non è più chiaro quali siano le attuali divisioni di classe, non direttamente confrontabili con le analoghe classi architettoniche contemporanee.

interno della stazione dell'alta velocità di Afragola
Afragola, stazione dell’alta velocità. Foto Michele Fiorillo 2017

L’Architettura contemporanea, invece, appare di fronte a questi quesiti eccessivamente ottimistica e/o positivista rispetto alle questioni contingenti dell’oggi. Che riguardano una Società globale in crisi troppo lunga per essere solo una crisi. In affanno tipico da running estenuante. Uno scompenso di ritmo o di afflati opposti che non regge.
Un’Architettura essenzialmente mega-iconica, che sembra voler rappresentare concetti impossibili, paesaggi urbani surreali, lontanissimi, per un futuro troppo anticipato, o forse addirittura inesistente, attraverso segnali virtuali, che saltano i luoghi reali, per confrontarsi con altre meta-scale a-spaziali, di difficile lettura e raffronto reale. O forse, addirittura, schiava di interessi occulti, che saltano tutto ormai. Grazie anche a progressi scientifici e tecnologici anch’essi sempre più surreali, e prede pericolose.
Le opere di Zaha Hadid non sfuggono a queste sensazioni. Anzi, se non direttamente tendenziose, appaiono comunque più accelerate delle altre, cariche di un più esasperato dinamismo e velocità. Per sfuggire da cosa? E per andare dove? Fuori del tempo soltanto? Entrando dentro concetti ancora difficili da assimilare. Ovvero al di fuori della stessa concettualità assoluta, così come da sempre siamo stati abituati ad elaborare per confronto pre e post temporale.
Sensazioni vaghe di questo tipo sono ormai imperanti in campo macro-architettonico. Rischiano di apparire finalizzate a loro stesse, dando sensazioni mendaci, o di vana vanità. Un po’ come succede a certa Arte contemporanea, che si astrae da tutto e propone difficili coinvolgimenti performanti da parte degli osservatori, considerati attori inconsapevoli. Le installazioni artistiche, che spesso sostituiscono l’Arte perenne sono un esempio del l’instabilità globale e dell’eccesso distraente.
La Scienza e la Tecnologia (digitale) stanno correndo ancora di più, con la velocità della luce. Queste fughe in avanti sono sempre avvenute, ma le Società del passato sono sempre riuscite a prendere il cavallo in corsa. Oggi è diverso. La divaricazione aumenta a dismisura, ed in tempo reale. Sapendo che la logica mentale è più lenta del tempo reale.
Quale il vero senso del tutto? Anche questo fa parte del famoso panico globale, di cui parla Paul Virilio, nei confronti di una Società che non riesce più a seguire e controllare il suo ambiente vitale, e, soprattutto, ad indirizzare consapevolmente le tecnologie che modificano il suo stesso ambiente, continuamente “degradandolo”? Con il timore costante che dietro tutto questo possano esserci inganni megagalattici. Di gran lunga superiori alle nostre misere politiche nazionali-circondariali.
E allora dovremmo fermarci e tornare indietro? Invero è un controsenso improponibile, anche perché il progresso è un processo inarrestabile.
Allora dovremmo agire subito e su altre questioni e temi di più grande scala e carattere assoluto. Per esempio interessandoci in modo nuovo al tema della grande e nuova etica globale, che nella presente era contemporanea diventa una questione che da parallela si trasforma in veramente essenziale. Soprattutto diversa dai concetti dell’etica nota nei dibattiti di alcuni decenni fa, quando erano incentrati, in particolare, sulle questioni della morale della rappresentazione, piuttosto che della morale in senso assoluto. Intendiamo etica, quindi, come interno delle cose, riportate al senso naturale dell’andare avanti e non dello stallare o del ritornare indietro.
Tutto questo riguarda anche l’Architettura, che, sempre di più rispetto al passato e agli altri, rappresenta, più di ieri, la globalità della Società e dei suoi comportamenti. Quindi dei suoi atti etici.
Parliamo dell’ultima Architettura contemporanea, quella fantasmagorica, iper-iconica, veloce, avulsa dai contesti, che a loro volta tardano ad adeguarsi alle nuove evoluzioni.
Le città e i territori si modificano e si adeguano molto più lentamente dei tempi delle idee. Anzi i territori non possono proprio farlo per motivi di natura dura.
Oggi l’etica architettonica contemporanea deve conquistare (non solo ri-conquistare) nuovi ambiti di impegno. Anzi, è proprio essa stessa, probabilmente, a doversi fare principale carico di indirizzare il nuovo processo di evoluzione dell’intera Società contemporanea in atto. Magari tracciando strade parallele, e/o sovrapposte. Ma diverse. Quelle precedenti erano solo genericamente etichizzanti.
Sarà proprio l’Architettura contemporanea a ri-vedere il suo rapporto, veramente globale, eterno, tra spazio, tempo, e soprattutto cultura, qui intesa come modo di stare nello spazio, reale e virtuale. Il cerchio si chiude. Perché essa è più vicina alle necessità vitali delle persone, delle famiglie e delle nuove aggregazioni conviventi di vario tipo, quest’ultime emergenti in senso sempre più urgente e drammatico.
Zaha Hadid con le sue Architetture veloci è stata la più vicina o più lontana da tutto questo? A mio modo non tanto distante, o comunque meno degli altri. La sua fretta non è mai stata una volontà di discostamento o di sorpasso veloce sulla corsia sbagliata, perché le sue curve flessuose in corsa, erano quasi sempre rappresentate da una serie di flussi paralleli, e/o trefoli intrecciati, che simboleggiavano il correre insieme. I suoi progetti di stadi e opere massive, sembravano sfilacciarsi, per aprirsi e confrontarsi con in contesti più aperti ed ampi nel territorio di riferimento, dilagando in dimensioni inaspettate. Gli edifici di Zaha Hadid prendono possesso della città e del territorio. Non sono Astronavi calate da cielo. Vanno oltre, quindi, alle loro specifiche funzionali dirette, diventando elementi urbani multivalenti, multispaziali.
La mia impressione personale, allora, è che l’Architettura di Zaha Hadid non sia genericamente ottimistica e positivista per autoreferenzialità solo personale.
E nemmeno vestita di superficialità contemplativa estranea. La sua Architettura sottace, invece, una tristezza velata, con un tentativo celato di recupero angosciato dei contesti anonimi, degli spazi vasti ma abbandonati, non annullando, ma ampliando i tempi della composizione. In senso esplicitamente dinamico. Quindi il suo procedere frenetico è, a suo modo, la ricerca di qualcosa di perduto strada facendo.

La stazione di Afragola in un render © Zaha Hadid Architects
La stazione di Afragola in un render © Zaha Hadid Architects

La sua architettura esprime forza gigantesca, quando corre più veloce dell’Alta Velocità, non solo per superarla, ma per riportarla urgentemente e freneticamente al territorio e agli uomini che lo popolano.
Potremmo operare, infatti, una nuova ed alternativa interpretazione del serpentone abbandonato a se stesso nella Stazione di Afragola. Che si rilascia, senza irrigidirsi, in un atteggiamento quasi angosciato, sul terreno di arrivo pedonale. Con una velocità, alla fine ricomposta, dell’uomo che cammina dopo aver corso tanto.
Eustacchio Franco Antonucci

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