Zimbabwe: la dittatura di Mugabe finisce con un colpo di Stato

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Robert Mugabe, 93 anni e eroe dell’indipendenza, deve conoscere bene come resistere. Non vuole dimettersi come chiede l’opposizione e come chiedono i militari che lo hanno messo agli arresti domiciliari e lo sorvegliano continuamente. Secondo la rivista Jeune Afrique è in corso, nel palazzo presidenziale e in sua presenza, una mediazione alla quale assistono il generale Constantino Chiwenga e gli inviati del presidente sudafricano Jacob Zuma.
Mugabe governava lo Zimbabwe dal 1980 e con ferocia e astuzia ha mantenuto il suo potere, tra il lusso personale e la povertà dei propri cittadini, sempre più marginalizzato a livello internazionale. Se non fosse intervenuto il colpo di Stato, anche se i militari non lo definiscono così, si sarebbe ricandidato alle elezioni del 2018.

Soprattutto a partire dagli anni ’90 ha messo in ginocchio il paese con una serie di provvedimenti insensati. In particolare quello della Riforma agraria degli inizi del 2000 quando le migliori terre espropriate agli sfruttatori ed ex-coloni bianchi vennero distribuite per concedere favori a conoscenti, esponenti del partito Zanu e veterani di guerra, lasciando da parte i contadini poveri e di fatto evitando che queste terre venissero coltivate facendo crollare un’importante produzione agricola. E così «per arginare la crisi e finanziare i numerosi conflitti bellici cui il Paese partecipava, il presidente ordinò di stampare moneta a ritmo serrato. Non solo: per molti anni Mugabe fu ostaggio dei guerriglieri dello Zanla, lo Zimbabwe African National Liberation Army, che tenne faticosamente a bada elargendo generosi emolumenti e pensioni. Anche questa attività venne finanziata stampando fiumi di cartamoneta» [1].
La situazione ancora oggi è da incubo se si pensa che «l’80% della popolazione vive sotto la soglia della povertà, che il tasso di disoccupazione raggiunge il 90% […] che l’aspettativa di vita, a causa anche della diffusa piaga dell’Aids, è 54 anni per gli uomini e 53 anni per le donne» [2].

La causa scatenante dell’intervento dei militari è stato l’allontanamento di tre ministri e dell’ex vicepresidente Emmerson Mnangagwa, destituito, secondo l’opinione degli analisti oltre che dell’opposizione, pressione della first lady Grace Mugabe, che puntava a succedere al marito presentandosi come candidata al suo fianco nel 2018 e probabile trampolino di lancio anche per i figli di Mugabe.
Nella capitale Harare la situazione sembra calma e l’opposizione pur appoggiando l’azione dei militari chiedono, come ha spiegato Douglas Mwonzora segretario generale del Movimento per il Cambiamento Democratico, un immediato governo di transizione che conduca al più presto a nuove e democratiche elezioni.
Comunque se non verrà trovata una soluzione accettabile non basteranno i carri armati a fermare i sostenitori di Mugabe e di sua moglie Grace.

Il paese è ricchissimo di risorse ed è appetibile a molti. Non è detto che questo golpe sia stato solo il frutto dell’organizzazione dei generali. Il Capo di Stato maggiore Chiwenga era a Pechino pochi giorni fa.
Pasquale Esposito

[1] Carlo Terzano, “Zimbabwe, la parabola del dittatore Robert Mugabe”, , 16 novembre 2017
[2] Pietro Del Re, “La fine di Mugabe”,la Repubblica, 16 novembre 2017, pag. 15

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