Zygmunt Bauman, dalla società liquida alla felicità

Maria Grazia Galatà tre giovani sognanti
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Quale essere umano non è preoccupato o, talvolta, tormentato dalla ricerca della felicità. Molteplici sono le vie per perseguirla. Spesso ci si accorge di averne inseguite alcune rivelatesi errate. Per Zygmunt Bauman, filosofo e sociologo della post-modernità, scomparso nel 2017 – che ha coniato il concetto di “società liquida”, un sistema in continuo cambiamento nel quale è sempre più facile smarrire la propria identità – l’evoluzione ci ha dotati della volontà di ricercare la felicità. Ognuno ha il diritto di ricercarla a suo modo.

Un diritto riconosciuto con la modernità, per Bauman, con la Dichiarazione di indipendenza americana del 1776, in cui fra i diritti inalienabili dell’uomo, che gli sono stati dati dal Creatore, vengono annoverati «la vita, la libertà e la ricerca della felicità». Naturalmente gli uomini hanno sempre preferito essere felici piuttosto che infelici. L’annuncio del diritto universale dell’uomo alla felicità individuale fu la spinta di partenza per la modernità. Il raggiungimento della felicità, tuttavia, non è oggi meno difficile che al tempo degli antichi romani.

Negli anni del boom economico una delle ipotesi di felicità più diffuse era legata all’inarrestabile acquisto di beni. Oggi possiamo dire che questa illusoria soluzione è miseramente svanita. Spesso ogni crisi offre un’opportunità. Per Bauman, proprio grazie alla “liquidità”, all’indeterminazione, alla precarietà nella quale ci si trova immersi è possibile ritrovare il vero significato e le vere basi della felicità. Bisognerà – spiegava il sociologo di origini ebraiche – armarsi di nuove visioni. Prima fra tutte, sostituire competizione con condivisione e cooperazione; questo è il cambiamento che potrebbe veramente creare quel progresso che non nasce dall’accumulo di beni ma dalla creazione di sane e costruttive relazioni tra gli esseri umani. La smania del desiderio e il consumismo di massa, secondo Bauman, avevano contribuito a dimenticare questa parola così vitale, felicità.

«La felicità è uno stato mentale, corporeo, che sentiamo in modo acuto, ma che è ineffabile. Una sensazione che non è possibile condividere con altri. Ciononostante, la caratteristica principale della felicità è quella di essere un’apertura di possibilità, in quanto dipende dal punto di vista con il quale la esperiamo», affermò il sociologo polacco.

A Goethe, in età avanzata, chiesero se aveva avuto una vita felice. Rispose: sì ho avuto una vita molto buona, ma non riesco a ricordare una singola settimana felice. È una risposta valutata molto saggia da Bauman, aggiungendo «e io ho esattamente la stessa sensazione».

Per Bauman «la felicità non è l’alternativa alle difficoltà e alle lotte della vita. L’alternativa a queste è la noia. Se non abbiamo da risolvere problemi, se non abbiamo sfide che a volte possono superare le nostre capacità, ci annoiamo. E la noia è una delle debolezze umane più diffuse. La felicità, come io vedo con Sigmund Freud, non è uno stato, ma un momento, un istante. Ci diciamo felici, se riusciamo a superare una disgrazia. Ci togliamo le scarpe che ci stanno strette, ci sentiamo sollevati e siamo felici. La felicità continuativa è spaventosa, un incubo».

Le nozioni della ricerca della felicità sono entrate da tempo nelle scienze economiche. In realtà, alcuni studi economici attestano che l’incremento del reddito contribuisce in misura solo modesta a un aumento del senso di felicità. Allora che possiamo dunque fare personalmente per accrescere la nostra felicità? Bauman non ha dubbi: «lavorare duro. Un pittore che crea un’opera d’arte, un matematico che si scervella su un difficile problema, un giardiniere che pianta dei fiori e li vede fiorire: questa è felicità. La persona ha creato qualcosa. All’inizio del XX secolo il sociologo americano Thorstein Veblen coniò il termine workmanship, il lavoro realizzato con maestria. L’orgoglio per un lavoro ben fatto, la padronanza di un compito da eseguire, il superamento di un ostacolo apparentemente insormontabile: tutto questo dà felicità. Ciascuno di noi l’avverte profondamente dentro di sé. Oggi abbiamo smarrito la gioia per un’opera realizzata, il sentimento di aver fatto bene qualcosa. E con questo la fiducia in noi stessi e l’assaporare il senso di felicità. Stando alle valutazioni scientifiche, circa la metà di quello che è importante per la nostra contentezza non è commerciabile, e pertanto non può essere acquistato in nessun negozio. Se noi facciamo consistere l’essere felice nell’acquistare nuovi beni che promettono felicità, la ricerca della felicità è senza fine. Quanto più ci avviciniamo all’oggetto della nostra ricerca, tanto più quell’oggetto perde in forza di attrazione e di soddisfacimento, perché uno sempre nuovo deve sostituirlo».

Chi va a caccia di una felicità del genere si preoccupa soprattutto del proprio benessere. Ma possiamo anche preoccuparci del benessere di altri uomini, spiega Bauman. Sì, ed è questo ciò che alla fine rende felici. Nel momento in cui la ricerca della propria felicità e di quella degli altri non si escludono fra loro. In cui si scioglie il contrasto fra egoismo e altruismo. Chi pensa solo al proprio utile, non ha bisogno di preoccuparsi del benessere degli altri. Ma chi si preoccupa degli altri, si sente meglio anche personalmente. In tal senso, Bauman si è particolarmente soffermato su ciò che considerava il terribile dilemma che noi tutti stiamo fronteggiando e che causa buona parte dell’infelicità contemporanea, delle nostre paure, preoccupazioni e dei nostri incubi: il problema della solitudine. Abbiamo bisogno della compagnia umana, ma – sottolineava il sociologo polacco – di una reale compagnia umana. «È molto difficile spiegare la differenza tra l’amicizia reale e genuina e l’illusione creata da Facebook. Il vero problema, in quest’epoca, è che l’abitudine di farsi degli amici contandoli, moltiplicando il loro numero, e di essere assorbiti in questo genere di attività, lascia molto poco tempo per acquisire le competenze sociali necessarie a negoziare i propri rapporti, la propria coabitazione con altri esseri umani, pieni e reali».

Zygmunt Bauman the art of lifeUna cosa piuttosto ovvia è che la società crea tutti gli immaginari, le condizioni, le possibilità per essere felici o infelici. Bauman nel breve libro The Art of Life ha evidenziato la connessione tra società e felicità. C’è un effetto diretto tra la situazione in cui siamo nati, la nostra cosiddetta sorte, e l’abilità di perseguire e conquistare la felicità. Esistono due fattori – entrambi influenzati dalla società – nel tracciare il percorso della vita umana: uno è il fato, il destino. «“Destino” è il nome comune che noi diamo a tutti i fattori su cui non riusciamo a esercitare la nostra influenza, quelli su cui non abbiamo il controllo: per esempio, se si è nati in Europa e non in Asia […]. Tutto questo è parte del destino e noi non possiamo influenzarlo, semplicemente perché non è frutto delle nostre scelte. L’altro fattore che forse – possibilmente, ma non necessariamente – è sotto il nostro controllo personale è quel che io chiamo “carattere”. Sul carattere possiamo lavorare, cercando di migliorarlo. Possiamo infatti tentare di rendere qualcuno migliore. A volte abbiamo successo, altre volte no. Eppure, malgrado tutto, esiste una connessione molto stretta, molto intima, tra il destino e il carattere. Potremmo descriverla in questo modo: il destino apparecchia il ventaglio delle possibilità. Difatti, se siete in Italia e non in Bangladesh, lo spettro delle vostre scelte potenziali sarà diverso, non vi sono dubbi al riguardo. E tuttavia, fra queste possibilità che sono state stabilite dal destino, è il carattere a operare delle scelte. Tutti e due insieme, questi fattori guidano la traiettoria delle nostre esistenze. Certamente non è possibile prevedere in che modo la nostra vita scorrerà, dove andrà a parare; possiamo soltanto, retrospettivamente, scrivendo la biografia di qualcuno, cercare di ricreare, di ristabilire la connessione tra i due fattori».

Siamo tutti artisti della vita, dice Bauman. Che cos’è l’arte della vita? L’invito di Bauman è chiaro: «Tentare l’impossibile. Intendere sé stessi come prodotti del proprio creare e modellare. Porsi compiti difficili da raggiungere, come fa un pittore o uno scultore. Porsi obiettivi che superano al momento le proprie possibilità. In tutto quello che facciamo o potremmo fare puntare a standard qualitativi che sono al di là delle capacità del momento. L’incertezza, non mi stancherò mai di dirlo, è il naturale biotopo della nostra vita. Anche se la speranza di trasformarla nel suo opposto è il motore della nostra tensione verso la felicità».
Antonio Salvati

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